1927: nell’epoca del passaggio al sonoro, alcuni divi del cinema muto devono reinventarsi abili cantanti e ballerini per continuare a rimanere sulla breccia.
Uno dei musical-capolavoro della storia del cinema americano, una magniloquente esaltazione in Technicolor della Hollywood che fu, e che da allora continua ad esistere nei sogni e nelle fantasie di tutti gli spettatori del mondo. E’ essenzialmente questo il segreto di “Cantando sotto la pioggia”, che non solo – come da manuale del genere – sospende per un’ora e quaranta il senso di verosimiglianza, ma sottolinea genialmente in continuazione la propria natura effimera, che è poi la natura del cinema stesso: i (clamorosi) numeri musicali sono ambientati in teatri di scena, set cinematografici, ricostruzioni di strade bagnate fradicie, simulacri di realtà che stimolano l’illusione e le più spensierate delle fantasie. Mai Hollywood era stata così divertita e ironica, prima di tutto con sé stessa e il proprio mito, addirittura fino a svelare ai profani i trucchi e i sotterfugi della “fabbrica dei sogni”. Tante scene memorabili, dal balletto di Gene Kelly con ombrello alla perfetta “Good Morning” canticchiata da Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds in quella che è forse la sequenza più rasserenante della storia del cinema.

Voto: 8

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