Una grave forma di insufficienza renale ha ridotto in fin di vita lo zio Boonmee, accudito fedelmente da sua cognata e da suo nipote. La morte si avvicina e Boonmee decide di andarle incontro.
Più che sorprendente Palma d’Oro a Cannes 2010. Grazie al 40enne Apichatpong Weerasethakul, per la prima volta il cinema thailandese si è imposto all’attenzione internazionale con questo manifesto culturale di una civiltà che si rapporta in più modi con la spiritualità, senza tralasciare alcuna sfera, da quella affettiva a quella sessuale (la scena del pesce gatto, per certi versi memorabile). E’ molto forte la tentazione di liquidarlo come mattonata da festival, ma merita attenzione e curiosità innanzitutto per essere riuscito a catturare l’attenzione del presidente di giuria Tim Burton, non certo un artista che si presta ai più facili luoghi comuni del cineasta snob e “palloso”. Di certo, è un film impossibile e anzi controproducente da affrontare con la mentalità dello spettatore da cinema occidentale, che si aspetta e forse pretende dei personaggi, dei luoghi riconoscibili, una trama. Weerasethakul procede per metafore e suggestioni e rappresenta, in un modo che lui ritiene esatto e circostanziato, i principi del Buddhismo Theravada: la serenità derivante dalla fedeltà nel Karma, e cioè che la fine della vita sia soltanto la fine di una vita. Le vite precedenti dello zio Boonmee (non solamente esseri umani, ma anche un bisonte o il pesce gatto di cui sopra) compaiono in scena insieme alle reincarnazioni degli affetti perduti, in una specie di “Otto e mezzo” lunare, a volte ipnotico, indubbiamente affascinante come ogni cosa esotica ed inesplorata. Una volta tanto, il voto non c’è, neanche sotto forma di s.v.; ma non per codardia o indecisione, bensì perché non si può confinare nella prigione di un numerino un’opera in cui ognuno può letteralmente vedervi ciò che vuole.

Voto:

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