Toledo: un ricco medico tiene sotto chiave una misteriosa paziente. Sei anni prima, invece, sua figlia…
“Quante cose può fare l’amore di un pazzo!”. Il 19° film di Pedro Almodòvar è forte, passionale e intenso come non si vedeva da tempo. “La pelle che abito” (il titolo sembra suonare male ma è pertinente) è un thriller con accenti quasi da fantascienza, ambientato in un futuro prossimo (Toledo, 2012) che fa gravare da subito una cappa di angosciante presagio. Ma non c’è traccia della pesantezza dei peggiori lavori del regista manchebo, come per esempio il precedente “Gli abbracci spezzati”, che era tanto costruito da risultare algido. Qui invece la ridondanza smette di essere manieristica e torna stile; qui Almodòvar inonda ogni fotogramma della propria personalità nuovamente debordante, deus ex machina che può tutto, cambi di sesso, chirurgia estrema, omicidi a sangue relativamente freddo. Qui impone al divo Banderas, con cui non incrociava le lame dal lontano “Legami!” (1990), un personaggio magnificamente ridicolo, dallo sguardo follemente vitreo, un dottor Frankenstein ancora più votato all’autodistruzione dell’originale. Qui fa e disfa, ordina amplessi turbolenti e pratica gelidi colpi di bisturi, nel più classico dei suoi tipici melodrammi a cui, come ai bei tempi, non si riesce a star dietro. E’ come se volesse dimostrare a sé stesso, e quindi al pubblico, di possedere ancora il germe della pazzia creativa, di essere quel genio guastatore che fa quello che vuole sapendo perfettamente dove mettere le mani (chi è il dottor Robert Ledgard se non Almodòvar nella più sfrenata delle sue fantasie?). Organizzato secondo il classico meccanismo narrativo a flashback, ha una diversa tensione morale rispetto a quella dei suoi capolavori: non emoziona ma stordisce, non commuove ma lascia sgomenti. Prima di tutto, è grande cinema e i tocchi d’autore non mancano (un esempio secco? La scena dei dilatatori). Il miglior film di Almodòvar da “Parla con lei” in avanti.

Voto: 8-

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