Un gruppo di ricchi borghesi (o forse aristocratici) si riunisce a cena a casa di uno di loro, dopo essere stati a teatro a vedere la Lucia di Lammermoor. Sorge un problema: non riescono più a uscire.
Calle de la Providencia, il luogo immaginario in cui sorge la villa, dovrebbe essere una strada messicana; ma è indubbio che ne “L’angelo sterminatore” gli strali di Luis Bunuel fossero tutti rivolti verso il regime franchista. Il regista aragonese, all’epoca 62enne, era stato costretto a riparare in Messico dopo le violente censure applicate al precedente “Viridiana”, e da lì impose in chiave aspra e cupamente surreale la sua visione delle cose sulla situazione politica del suo Paese. Fin troppo scoperta la metafora sull’immobilità della borghesia, incapace anche materialmente di compiere quegli elementari “passi avanti” che la porterebbe a uscire dall’impasse; ma l’unità di luogo e di azione, mantenuta per quasi tutto il film (a eccezione dell’epilogo in chiesa), aumenta il senso di claustrofobia e accresce la drammatica simbolicità del quadro. Finale apocalittico che allarga il campo visivo, fino a mettere nel mirino il genere umano tutto.

Voto: 7,5

Trivia
(La scena in cui durante la cena compaiono improvvisamente un orso e due pecore era ispirata a un vero incidente di cui Bunuel era stato testimone durante una cena a New York)
(Il titolo originale della sceneggiatura era “I naufraghi di Calle Providencia”)
(Bunuel dichiarò pubblicamente che questo film era stato un fallimento, e se avesse potuto girarlo qualche anno dopo a Parigi sarebbe stato ancora più estremo, inserendo anche scene di cannibalismo)
(Spesso citato nei film di Woody Allen, come per esempio “Midnight in Paris”)