Il buon vecchio Royal Tenenbaum, determinatissimo a riconquistare l’affetto della sua famiglia, si finge malato di cancro per poter rivedere sua moglie e i suoi tre figli di talento. Ma molto è cambiato.
Terzo film del texano Wes Anderson, il più ricoperto di complimenti e onori (su tutti un Golden Globe a Gene Hackman, titanico). Caleidoscopio folle che copre uno spettro vastissimo di emozioni e aggettivi, dallo stiloso al grazioso, dal nostalgico allo schizzato, spesso geniale (una scena su tutte: Richie che tenta il suicidio con “Needle in the Hay” di Elliott Smith in sottofondo). Anderson ama i suoi personaggi in modo incondizionato e questo fa la differenza rispetto a molte altre commedie programmaticamente “squinternate” a tavolino, anche se fra le righe traspare un certo compiacimento nello scegliere sempre la strada più originale e bizzarra. Forma ricercata e grande gusto dell’inquadratura, Anderson tocca le corde giuste centrando spesso lo sguardo, il gesto, il silenzio lungo quanto basta (altre volte non ne sarà altrettanto capace e scivolerà fatalmente nella maniera), sfruttando al meglio la grande squadra di caratteristi al suo servizio: del grande Hackman abbiamo detto, ma gli sono all’altezza Anjelica Huston e Luke Wilson. Nel filone un po’ abusato delle commedie familiari made in USA ha fatto da apripista a un sotto-genere, ma risulta quasi inimitabile nella rappresentazione dell’infelicità e della depressione come mali di origine e motivazione spesso fanciullesca. Con riflessioni acute sul talento e sul fastidio incommensurabile che provoca il vederlo sperperato. Gioiellino.

Voto: 7+

(Il personaggio di Danny Glover è disegnato a immagine e somiglianza dell’allora segretario ONU Kofi Annan, dopo che Glover – che conosceva Annan – l’aveva presentato a Wes Anderson durante un convegno)
(Il cane si chiama Buckley in omaggio a Jeff Buckley)