Le ragioni del lunghissimo ciclo politico di Silvio Berlusconi possono risiedere in una specie di dittatura dell’immagine televisiva, altrimenti definita “videocrazia”, sviluppata e alimentata scientificamente in oltre trent’anni?
Nei giorni della probabile fine dell’esperienza governativa di Berlusconi torna d’attualità – trasmesso dall’emittente più equilibrata e sensibile dell’intero panorama televisivo italiano – questo documentario del 2009 dell’italo-svedese Erik Gandini. Si stagliano tre figure fondamentali: Ricky, 26enne idiot savant che illustra, nella sua ingenua umiltà, argomenti altre volte delegati al sociologo o al massmediologo di turno; Lele Mora ovvero il Vuoto, rappresentato grazie anche a una felice scelta scenografica come uno spaventevole e mellifluo Omino Bianco; Fabrizio Corona ovvero il Male, “Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a sé stesso”, in verità molto meno ipocrita delle sue vittime nell’ammettere che sì, lui sfrutta sfacciatamente la loro idiozia e ne svela la pochezza, colpendoli dove fa più male: i soldi, l’immagine. “Videocracy” ha un inizio promettente, in cui l’utilizzo à la Blob del classico materiale di repertorio è ridotto al minimo e cede il passo a momenti di straniante vertigine domestica (i provini delle veline, neorealismo e videoclip in una botta sola); poi il ritmo inguaribilmente lento si combina con una fastidiosa ridondanza e il tutto non convince proprio quando dovrebbe, nel passaggio cruciale dalla videocrazia alla politica. Berlusconi è rappresentato come tutta plastica e zero personalità, distributore automatico di baci e sorrisi senza carisma, quando è ormai evidente che così non è (è storia di questi giorni, di queste ore) anche ai suoi più accaniti oppositori. Portato in palmo di mano dall’antiberlusconismo più sloganistico e deteriore, quando invece, per combattere il cosiddetto Nemico, ci vorrebbero più che mai idee forti e autonomia di pensiero; ma questa non è una colpa di Gandini.

Voto: 6-

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