Di come Sir Thomas More non volle mai avallare la legittimità del divorzio del suo sovrano Enrico VIII, non volendo ammettere la supremazia del Re sulla Chiesa Cattolica, e di come la sua integrità morale lo condusse alla forca.
Dramma energico e appassionato a firma Fred Zinnemann, il regista viennese qui al suo ultimo acuto dopo aver diretto negli anni ’50 classici come “Mezzogiorno di fuoco” e “Da qui all’eternità”; trasposizione cinematografica di una fortunata produzione teatrale che aveva protagonista lo stesso Paul Scofield. E’ evidente l’influenza shakespeariana sul testo di Robert Bolt, che riflette acutamente sul potere e sugli effetti irrimediabilmente drammatici che derivano dallo scontro di due morali, di due ideali, di due modi di intendere la Legge. Girato e portato in scena senza grande fantasia, con minime variazioni rispetto all’originale di Bolt, è un’opera che si fa piacevole col passare dei minuti e l’intensificarsi del racconto, dopo una prima fase un po’ ostica a causa dei continui riferimenti alla società inglese cinquecentesca, che ne frenarono il successo oltre Manica. Cinque Oscar (film, regia, Paul Scofield, sceneggiatura non originale, fotografia) in un anno senza capolavori indiscussi; Robert Shaw (doppiato da Oreste Lionello) fa un Enrico VIII decisamente sopra le righe che giunse alla nomination come attore non protagonista con due sole scene all’attivo.

Voto: 7-