Uno scrittore fallito beve, beve, beve; il fratello e la fidanzata provano invano a coinvolgerlo in un fine settimana cui lui si sottrae, covando propositi auto-distruttivi.
Poderoso dramma a firma Billy Wilder che, nella sua natura di spot ante-litteram contro l’alcolismo, trovò i favori dell’Academy e si issò addirittura all’Oscar come miglior film (e altri tre ancora, tra cui quello per Ray Milland come miglior attore protagonista). Nonostante qualche scivolone mélo facilmente perdonabile e alcuni passaggi retorici (probabilmente imposti da una morale comune bacchettona che non tollerava finali alternativi, poco intonati alla necessità di contenere un “messaggio”), è un’opera di grande intensità e coraggiose punte di barocchismo espressivo che danno vita a momenti altissimi (la sequenza in ospedale; il delirium tremens con le grottesche apparizioni del topo e del pipistrello), con un uso rimarchevole della profondità di campo. A quasi settant’anni di distanza dalla sua realizzazione, rimane un esempio nel come si rappresenta una dipendenza. Ferocemente, senza sconti o metafore, ma mettendo in scena, ossessivamente ma con eleganza, l’unico oggetto del desiderio: la bottiglia. Musiche ansiogene e onnipresenti di Miklos Rosza, che aumentano il senso d’angoscia. In questa tragedia che si svolge quasi totalmente tra quattro mura, una parte non marginale spetta anche a una New York insolitamente (per i tempi) ostile: è quasi superfluo sottolineare come Wilder sia in questo caso precursore del cinema americano che arriverà trent’anni dopo.

Voto: 7,5