Archive for dicembre, 2011




Nei giorni del colpo di stato e della caduta di Allende, un grigio funzionario statale, che lavora come dattilografo ed estensore di referti medici all’obitorio di Santiago, s’innamora della sua vicina di casa ballerina.
Terzo lungometraggio del cileno Pablo Larraìn, che in Italia si era fatto conoscere già nel 2008 con “Tony Manero”, vincitore del Festival di Torino (sempre interpretato da Alfonso Castro). Rappresentazione gelida e lugubre dei giorni più cupi della storia del Cile, in cui il potere viene mostrato assai di rado: solamente un paio di ufficiali e una piccola platea silenziosa nella scena più forte e celebrata, quella dell’autopsia a Salvador Allende, la cui potenza drammatica viene peraltro volutamente raffreddata in fase di scrittura. Punto di vista originale: la mediocrità e la vigliaccheria non contraddistinguono solamente generali e colonnelli, ma sono fedeli compagne di viaggio di molti cittadini comuni, i cui piccoli gesti di meschinità sono sottolineati con glaciale cinismo. “Post Mortem” non è perciò il solito film sudamericano sulla dittatura che idealizza i civili innalzandoli genericamente a eroi della patria, ma si risolve in una sotterranea condanna morale di chi preferisce guardare dall’altra parte e prendere posizione, ma solo fino a un certo punto. Nel modo in cui si serve della Storia mettendola in disparte e usandola come sfondo ricorda “Buongiorno, notte” di Bellocchio, a cui assomiglia anche per il tono freddo e asettico delle scene ambientate in interni. Tempi morti, molte lunghe inquadrature a camera fissa e un registro costantemente sospeso tra il dolente e lo squallido non lo rendono certamente un film facile da sostenere. Tanti elogi (ma nessun premio) al Festival di Venezia 2010.

Voto: 7



Attorno all’ippodromo romano di Tor di Valle brulica un microcosmo di varia umanità, dallo spiantato indossatore Mandrake al disoccupato Er Pomata. Tutti sono giocatori incalliti, disposti a sacrificare affetti e lavoro sognando il grande colpo che li renda milionari, finché un giorno…
Grande classico del cinema popolare italiano a firma Steno, assurto negli anni al rango di cult grazie ai ripetuti passaggi televisivi e al passaparola tra giovani e giovanissimi. Qualche merito ce l’ha: è ancora fresco e pimpante, ha un ritmo e una progressione invidiabili per molte commedie coeve e anche successive, nonché un’allegria piuttosto insolita all’interno del decennio più cupo della nostra storia. Omaggio ingenuo, sincero e appassionato al mondo delle corse dei cavalli, ultimamente caduto in disgrazia ma assai prospero tra gli anni ’60 e ’70, con battute e personaggi che hanno fatto epoca al di là dei loro meriti effettivi. Uno degli ultimi successi comici a possedere ancora una certa cura e un certo stile, per esempio nelle suggestive scene in esterna immerse nella Roma di trent’anni fa, prima della venefica ondata trash che travolse e abbrutì il cinema italiano di cassetta nei dieci anni successivi. Ha avuto nel 2002 un sequel di discreto successo (“Febbre da cavallo – La mandrakata”) scritto e diretto da Carlo ed Enrico Vanzina, figli raramente all’altezza dell’illustre padre.

Voto: 6,5



New York, al giorno d’oggi: un vecchio e logorroico misantropo s’imbatte per caso in una sciacquetta scappata di casa. La educa, ne diventa pigmalione, la sposa. E poi ancora…
Il film più saggio, edificante e illuminato tra i tanti (troppi?) della vecchiaia cinematografica e privata di Woody Allen, che tra stanchi remake di sé stesso e improbabili spot a favore del turismo in Catalogna ha infilato nel 2009 questo gioiellino, scritto nel 1977 e riportato in auge trent’anni dopo senza perdere un grammo di brillantezza. Pur non allontanandosi di un passo da ciò che è stato, e anzi autorizzando i suoi spettatori più affezionati alla caccia all’auto-citazione in due scene su tre (“La rosa purpurea del Cairo”, “La dea dell’amore”, “Broadway Danny Rose”, eccetera eccetera), “Basta che funzioni” ha un equilibrio e una verve che sembravano ormai aver abbandonato da tempo la mente del Nostro, rinverdendo i fasti delle sue commedie moraleggianti anni ’80: posto che la vita non ha senso e non ha senso neanche cercarne il senso, è davvero un piacere assistere a un elogio del “carpe diem” così convinto e brioso. Film molto parlato e poco dinamico, è come un vecchio teatrante che intrattiene il pubblico per un’ora e mezza standosene seduto su un divano, con la sola forza della sua capacità affabulatoria. Ma c’è di più: attraverso l’autenticità dei personaggi e la franchezza dei loro dialoghi, è un’opera che trasmette sincerità e fa del bene a chi la guarda. Allen trova un perfetto alter ego in Larry David, comico televisivo celeberrimo negli USA per “Seinfeld”, sit-com di grande successo negli anni ’90; ne è ottima spalla Evan Rachel Wood. Il geniale spunto comico sulla filastrocca “Tanti auguri a te”, straordinario, dà la paga alle tante presunte gag delle commedie contemporanee made in USA.

Voto: 7,5



Il timido Gianluca De Ceglie sta per sposarsi ma prima suo padre Ruggero, volgare e invadente, vuole da lui una prova di virilità: andare a letto con una bellissima modella di biancheria intima.
In questo momento in Italia esistono autori comici che ritengono che sia divertente una gag in cui un vecchio sofferente di emorroidi trova sollievo grattandosi le terga sulla faccia del figlio tontolone; anzi, meglio, ritengono che questa gag possa risultare divertente per un pubblico ampio a sufficienza per garantire un buon ritorno economico. In questo momento in Italia questi autori hanno ragione, e “I soliti idioti” è diventato così il film rivelazione dell’autunno 2011. Tratto dall’omonima sketch comedy di MTV in onda dal 2009 che aveva perfino un suo perché (a patto di non guardarla per più di 15 minuti consecutivi), è una roba allungatissima come le peggiori brodaglie da caserma, che non ha alcun buon motivo per esistere. C’era una ragione se i mini-episodi de “I mostri” di Dino Risi duravano al massimo dieci minuti. Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli agiscono mossi dalla scoperta ambizione di fare della critica sociale contemporanea (genere più che legittimo e anzi benvenuto, nel panorama ultra-buonista dell’attuale comicità italiana), ma le loro buone intenzioni si schiantano contro una scrittura di leggendaria povertà e rozzezza, in cui gli elementi comici sembrano messi insieme attraverso un generatore automatico di vaccate, come per esempio la scena di Ruggero che si imbuca al party travestito da mariachi storpiando “Besame mucho” in “Besaje er bucio” (in una qualsiasi quinta elementare, applicandosi un po’, si trova gente più brillante). La disonestà intellettuale fa capolino quando sembra proprio che, nell’intoccabile nome della Satira, Biggio&Mandelli si sentano autorizzati a fare quello che vogliono e menare il torrone per un’ora e mezza con il nulla, e soprattutto a far pagare un biglietto sui loro sforzi creativi. Se proprio siete curiosi, la forma ideale di fruizione è guardarsene una copia pirata in streaming, possibilmente ripresa con una videocamera abusiva nel buio di una sala. Finanche inutile perdere tempo su ogni considerazione tecnica, proprio perché “I soliti idioti” è un non-film.

Voto: 2



Milano, 1972: a seguito di un delitto a sfondo sessuale di cui è vittima una studentessa, il caporedattore di un quotidiano di destra monta una violenta campagna di stampa contro un militante comunista che aveva una relazione con la ragazza, accusandolo di essere l’assassino.
Quarto film di Marco Bellocchio, perfettamente inserito nel filone del dramma politico che all’inizio degli anni ’70 ottenne successo e onori in Italia e all’estero, grazie al suo approccio diretto (fino a risultare sgradevole) nell’affrontare la società contemporanea, con uno stile registico incalzante e appassionato anche dal punto di vista audio-visivo. Agli occhi di uno spettatore di fine 2011, “Sbatti il mostro in prima pagina” risulta in un certo senso familiare, e non solo per il nome della testata qui protagonista (“il Giornale” – un quotidiano milanese di area borghese ma piuttosto tendente a destra che, è bene precisarlo, fu fondato da Indro Montanelli solo nel 1974, dunque due anni dopo questo film), ma anche per l’atmosfera mefitica e amorale che regna sovrana dall’inizio alla fine, mettendo in scena, con i toni paranoidi tipici dell’epoca, la finzione del Potere a tutti i livelli. Se le forze dell’ordine reprimono e arrestano degli innocenti e se la magistratura si fa influenzare dall’opinione pubblica; se l’informazione infine non informa ma distorce, vellicando gli umori più bassi dei propri lettori di cui non ha alcuna stima, cosa rimane? Il punto di vista di Bellocchio, di cui sono storicamente ben note le simpatie radicali, è equidistante e non risparmia ironie né critiche agli ambienti della sinistra extra-parlamentare; ogni tanto eccede nella retorica ma ha la giusta aggressività e il tempismo di affrontare prima di altri un tema ancora di stringente attualità. Straordinario Volonté che affina ulteriormente il già complesso personaggio del caporedattore Bizanti (“Quando inizierai a capire la differenza tra quello che si pensa e quello che si dice?”). Nel prologo quasi documentaristico sul clima degli Anni di Piombo, spicca il veemente comizio di un giovane e barbutissimo Ignazio La Russa, ripreso durante una manifestazione di Maggioranza Silenziosa (un comitato anti-comunista che raggruppava liberali, monarchici, democristiani e fascisti).

Voto: 7,5



In vacanza a Parigi con la fidanzata, uno sceneggiatore americano con frustrate velleità di scrittore si lascia catturare dal fascino notturno della città. E inizia a fare strani incontri…
41° film di Woody Allen, il primo interamente ambientato a Parigi (dopo l’inserto di “Tutti dicono I love you”). Rimane il riserbo sulla vena creativa di un regista che si ostina a girare un film all’anno dal 1982, ma come e dove trovare difetti in “Midnight in Paris”? Film lieve, elegante, perfettamente illuminato dalle luci (fotografia di Darius Khondji) della più alleniana delle capitali europee. Favoletta fantasy come tante altre nella carriera del regista: la mente va automaticamente a “La rosa purpurea del Cairo”, ma a pensarci meglio è più affine agli aneddoti nostalgici di “Radio Days”, rispetto al quale i protagonisti di un’infanzia vengono sostituiti dai modelli morali e culturali di tutta una vita. Anche per questo si potrebbe considerarlo il film-epitaffio di Allen, se non fosse che con lui abbiamo già usato troppe volte questa formuletta; di sicuro, però, il pessimismo e le malinconiche teorie sul caso vengono riposte in un cassetto per abbandonarsi a una tenera ed edificante nostalgia con incorporata morale neanche così scontata. La caccia al personaggio famoso viene inscenata senza saccenterie né didascalie, nel giusto modo che aiuta lo spettatore a coltivare l’illusione di essere colto. Parata di divi in libera uscita (ma ruba la scena l’Ernest Hemingway di Corey Stoll) tra cui la première dame Carla Bruni, alla quale Allen rifila perfidamente un modesto ruolo da guida turistica. Gli si renda infine merito: è il primo film francese da tanto tempo in cui non ci si ritrova tra i piedi Vincent Cassel.

Voto: 7+



1927: il sonoro è agli albori e si prepara a soppiantare rapidamente il muto, facendo nascere nuove stelle come Peppy Miller e mietendo vittime tra i vecchi divi come George Valentin. I destini dei due fatalmente si incrociano, come in un vecchio film in bianco e nero.
Prendete un film in bianco e nero, in formato 4:3, quasi interamente muto; giratelo nel 2011 e ne otterrete sicuramente un successo di critica (quanto al pubblico, vedremo, ma in fondo perché no). Il 44enne francese Michel Hazanavicius, fin qui noto soprattutto in patria per due parodistici spy-movie à la James Bond, fa ampio sfoggio di audacia e forse anche di follia per questo atto integralista di amore sconfinato verso il cinema (non solo muto: c’è una valanga di riferimenti e citazioni spesso argute anche a capisaldi del sonoro, da Quarto potere e Viale del tramonto in giù).
The Artist chiede allo spettatore di regredire con gli occhi e con il cervello agli anni ’30, abituandosi il prima possibile a un linguaggio cinematografico così radicale, e dunque una visione in sala sul grande schermo è consigliata caldamente con toni al limite dell’intimidatorio: ci sono momenti, brevi ma bellissimi, in cui sia sullo schermo che in platea domina un assoluto silenzio. A causa di una sceneggiatura volutamente di grado zero il film perde qualche colpo nella seconda parte e cade un po’ nello stucchevole, rialzandosi di tanto in tanto grazie a qualche trovata visiva e scenografica (il cane alla Umberto D.).
Qualche dubbio rimane, ma se è una ruffianata, è andata a segno: il grande capo della Miramax Harvey Weinstein se n’è invaghito (o forse vi ha visto concrete possibilità di fare cassa) e l’ha portato di peso in America, dove si sente già odore di Oscar. Straordinarie performances dei due attori protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Béjo, finora pressoché sconosciuti al di là dei confini francesi: meritano grandi onori e complimenti soprattutto perché è straordinariamente difficile recitare senza rumori e parole per un attore del 2011. La scena del sogno avanza la sua candidatura come una delle più belle sequenze dell’anno.

Voto: 7



Il ricercatore Eddie Jessup conduce su sé stesso esperimenti estremi in cui, privandosi di ognuno dei cinque sensi, cerca di giungere fino alla propria coscienza, nel tentativo di risalire alla propria origine e a quella dell’uomo stesso.
Da un romanzo di Paddy Chayefsky a sua volta ispirato alla vita dello psichiatra statunitense John Lilly, inventore della vasca di deprivazione sensoriale di cui il protagonista del film fa largo uso. Film perturbante e complesso, cronenberghiano quasi ancora prima di Cronenberg (questo dovrebbe chiarire quanto grande è stato Ken Russell, maestro britannico degli anni ’60 e ’70 scomparso pochi giorni fa), aderisce perfettamente ai canoni estetici prediletti dall’autore e si lancia – ovviamente invano – nella sfida impossibile di rappresentare in immagini tutto l’esistente. Il punto di vista di Russell rimane un po’ ondivago, incerto sul da farsi, affascinato dalle opportunità a disposizione del suo talento visionario, ma timoroso di sbilanciarsi in una radicale riscrittura della storia dell’uomo e delle potenzialità della sua mente, tipica di una controcultura di cui in fondo non ha mai fatto parte. Rimane perciò sulla soglia e si accontenta di essere un film di sicuro impatto visivo, bello da vedere e dagli orizzonti non così vertiginosi. Film d’esordio di un energico e convincente William Hurt, nel cast c’è anche una piccola Drew Barrymore nel ruolo della figlia minore del protagonista.

Voto: 7=

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