Freschissima di matrimonio, Justine cade inspiegabilmente in depressione. Nel frattempo, il pianeta Melancholia si avvicina sempre più alla Terra.
L’undicesimo film di Lars Von Trier è il suo migliore, il suo capolavoro, l’opera in cui non è mai stato più sincero e meno calcolatore. Anche rispetto all’ottimo “Antichrist” (di cui è ideale seguito), si spoglia di certe efferatezze per diventare simbolico e delicato, traboccante d’amore per le sue solite eroine. Per il resto Von Trier non rinuncia alla sua solita procedura, qui portata alle estreme conseguenze: prende un genere (qui due: il drammone borghese e il film “catastrofico”), ci gioca, lo scompone e lo rimonta secondo le sue regole, che sono sì molto personali ma per nulla élitarie o “scaccia-pubblico”: il finale viene rivelato all’inizio ma questo non priva il film di una tensione difficile da sostenere. E’ percorso dall’inizio alla fine da un lirismo narrativo ancora prima che stilistico che si avvicina sorprendentemente a un sentimento quasi religioso di compassione e comprensione: per fare un esempio, altre volte Von Trier avrebbe morbosamente indugiato su quel tradimento en plein air al chiaro di luna, mentre qui si limita a filmarlo in lontananza.
C’è poi da fare un’aggiunta che vale da sola tutto il film, lo nobilita, lo rende enorme. Von Trier non ha mai fatto mistero di aver sofferto di depressione e che proprio questi suoi ultimi lavori lo hanno aiutato a uscirne. Si sta parlando del male più angosciante, subdolo e terrorizzante dei nostri tempi (perdonate la deriva vagamente alla Alberoni di queste parole). Non mina il fisico ma solo la mente, arriva senza avvertire, spinge all’incomunicabilità e priva chi ne è affetto di ogni sembianza umana (nel senso sociale del termine). Proprio per questo motivo chiunque può soffrirne, ma ammetterlo – innanzitutto a sé stessi – è difficile; tutti noi siamo probabilmente sicuri che si tratta di una faccenda che non ci riguarderà mai, che “noi no”, eppure, eppure… (è recentissima per esempio la notizia del suicidio – da tutti definito inspiegabile – di Gary Speed, 42enne allenatore di calcio britannico, ricco, bello, famoso, di successo, con una famiglia felice). Perciò si può (e forse si deve) odiare “Melancholia”, sbadigliarci davanti, rigettarlo, deriderlo, insultarlo per legittima difesa, ma è bene che resti lì nel profondo, silenzioso e acquattato in qualche angolino dei nostri animi e dei nostri cervelli; perché non si sa mai.

Voto: 9

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