Nei giorni del colpo di stato e della caduta di Allende, un grigio funzionario statale, che lavora come dattilografo ed estensore di referti medici all’obitorio di Santiago, s’innamora della sua vicina di casa ballerina.
Terzo lungometraggio del cileno Pablo Larraìn, che in Italia si era fatto conoscere già nel 2008 con “Tony Manero”, vincitore del Festival di Torino (sempre interpretato da Alfonso Castro). Rappresentazione gelida e lugubre dei giorni più cupi della storia del Cile, in cui il potere viene mostrato assai di rado: solamente un paio di ufficiali e una piccola platea silenziosa nella scena più forte e celebrata, quella dell’autopsia a Salvador Allende, la cui potenza drammatica viene peraltro volutamente raffreddata in fase di scrittura. Punto di vista originale: la mediocrità e la vigliaccheria non contraddistinguono solamente generali e colonnelli, ma sono fedeli compagne di viaggio di molti cittadini comuni, i cui piccoli gesti di meschinità sono sottolineati con glaciale cinismo. “Post Mortem” non è perciò il solito film sudamericano sulla dittatura che idealizza i civili innalzandoli genericamente a eroi della patria, ma si risolve in una sotterranea condanna morale di chi preferisce guardare dall’altra parte e prendere posizione, ma solo fino a un certo punto. Nel modo in cui si serve della Storia mettendola in disparte e usandola come sfondo ricorda “Buongiorno, notte” di Bellocchio, a cui assomiglia anche per il tono freddo e asettico delle scene ambientate in interni. Tempi morti, molte lunghe inquadrature a camera fissa e un registro costantemente sospeso tra il dolente e lo squallido non lo rendono certamente un film facile da sostenere. Tanti elogi (ma nessun premio) al Festival di Venezia 2010.

Voto: 7

Annunci