Un rampante avvocato con bella famigliola incontra per caso una bionda femme fatale e ci va a letto senza farsi troppi problemi, sottovalutando le imprevedibili conseguenze del caso.
Pochi autori sono così rappresentativi degli anni ’80 USA come il britannico Adrian Lyne, regista lanciato dal successone di “Flashdance” (1983) e quindi abilissimo a vellicare i pruriti dello spettatore con “9 settimane e 1/2”. Un anno dopo porta il suo meccanismo a vette di perfezione con “Attrazione fatale”, micidiale frullato di reaganismo e yuppismo che concentra in due ore tutti i desideri e le paure dell’occidentale medio: l’affermazione sociale (che ha come immediata conseguenza l’affermazione sessuale), la mancanza di sicurezza e la voglia di giustizia privata, il terrore ipocrita del maschio dominante di “perdere tutto”. Film accattivante nella confezione e nel ritmo quanto odioso nella sua sempre crescente misoginia, che addossa tutte le colpe alla matta di turno assolvendo del tutto il buon Michael Douglas, che ne esce intonso come un bambino. Non stupitevi, perciò, se vi ritroverete più o meno inconsciamente a fare il tifo per Glenn Close. Dopo il boom, gli anni ’90 accompagneranno Lyne in quell’oblio da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Voto: 5+