Londra 1950: Vera Drake, domestica e madre modello, aiuta “donne che hanno bisogno” all’insaputa della sua adorata famiglia, praticando aborti clandestini a domicilio. Ma è un reato penale.
Uno dei film più celebrati della carriera di Mike Leigh (Leone d’Oro a Venezia) non è, come fatalmente spesso succede, uno dei suoi migliori. La trama è confezionata con irreprensibile drammaturgia e senso del ritmo per conquistare ampie fette del pubblico impegnato o finto tale; il tema civile è forte abbastanza da conquistare i commossi favori delle giurie festivaliere (a Venezia presiedeva il connazionale John Boorman), le interpretazioni sono inattaccabili. A una prima parte descrittiva, illustrativa e un po’ verbosa, ne segue una seconda di rapidità quasi brutale nel consegnare Vera Drake nelle mani della giustizia e contemporaneamente far crollare un ménage familiare finalmente sereno, oltretutto sotto Natale. Molto suona costruito e, invece che far vibrare le corde dell’indignazione, sembra che Leigh si adoperi sottilmente più su quelle del calcolo e della lacrima facile. Naturalmente, rimane un prodotto di gran classe alla (buona) maniera degli inglesi: la realtà sociale della Londra uscita a pezzi dalla guerra è riprodotta con correttezza calligrafica e la stessa regia non si discosta mai da un registro sobrio e misurato (Vera che armeggia con i suoi “attrezzi da lavoro” con amorevole devozione). Ma insistiamo: si veda per un confronto lo splendido “Un affare di donne” (Claude Chabrol, 1988), che tratta lo stesso argomento lasciando che le emozioni e lo sdegno escano fuori naturalmente dai semplici fatti, invece che dai singhiozzi e dai primi piani contriti della 47enne Imelda Staunton (anche lei premiata in Laguna e giunta persino alla candidatura all’Oscar).

Voto: 6,5