Vita e opere di J. Edgar Hoover (1895-1972), l’uomo che modernizzò l’FBI, rivoluzionò la sicurezza interna degli Stati Uniti d’America e terrorizzò il suo Paese con un imponente archivio di rivelazioni e segreti di Stato andato quasi totalmente distrutto dopo la sua morte.
Clint Eastwood ritorna al film biografico 23 anni dopo il bellissimo “Bird”, sulla vita del jazzista Charlie Parker. Tanto tempo è passato e oggi lo stile di Eastwood, divenuto col tempo più classico, si trova a disagio con i bio-pic, che per definizione sono raccolte di episodi, aneddoti, suggestioni senza una narrazione nel senso tradizionale del termine. Avrebbe dovuto aiutarlo Dustin Lance Black, Oscar per l’ottima sceneggiatura di “Milk” (Gus Van Sant, 2009), ma la sua mano non si vede: “J. Edgar” è scritto seguendo alla lettera le convenzioni del genere, dal continuo ping-pong passato-presente (sviluppato attraverso il consunto espediente delle “memorie”) fino alle non riuscitissime parentesi sulla vita privata e la presunta omosessualità di Hoover, cui un vecchio repubblicano come Clint si accosta con disagio (e il suo fedele braccio destro Clyde Tolson ne esce come una sbiadita macchietta). La regia di Eastwood, questa sì più hooveriana del personaggio principale, serve a mantenere l’ordine e garantire la sicurezza allo spettatore, evitandogli di perdersi nei tourbillon di nomi e facce di uno Scorsese (“The Aviator”), anche se il suo barocchismo sarebbe forse stato l’unico modo per confezionare quella definitiva allegoria sul Potere (attraverso l’uomo che l’ha impersonato per quasi mezzo secolo) cui il regista non dà mai prova di ambire fino in fondo. Rimane perciò la (solita) storia di fantasmi privati e pubbliche virtù in cui regna sovrano un DiCaprio infallibile, che con le guance imbottite di ovatta manda echi di don Vito Corleone e del Servillo del “Divo”. Cast estremamente professionale con Judi Dench come sempre incisiva in un ruolo minore. Hollywood si misura ormai ciclicamente con riflessioni sulla torbida storia degli USA, guardando quasi sempre al passato e quasi mai al presente (ricordiamo anche il dimenticabile “The Good Shepherd” di De Niro sulla storia della CIA); chissà se compierà mai quel salto di qualità in cui in trent’anni è riuscito un paio di volte solo Oliver Stone, l’unico – con “JFK” (1991) e “Nixon” (1995) – a uscire dal recinto delle allusioni e delle mezze verità per realizzare opere di coraggiosa e totale denuncia.

Voto: 6