Saigon 1969: al capitano Benjamin Willard, tornato in Vietnam dopo un fallimentare tentativo di ritorno alla vita civile, viene affidata la missione di risalire il fiume Nung per trovare e uccidere Walter E. Kurtz, ex colonnello dell’esercito che si è ribellato alla patria ed è diventato la guida spirituale di una tribù di montagnard cambogiani che lo venera come un dio.
“L’orrore. L’orrore”. Nel più grande film di guerra mai realizzato, paradossalmente, la guerra si vede solo fino a un certo punto. Nella follia del capitano Kilgore, che guida l’attacco al villaggio ascoltando Wagner e s’impunta per fare surf tra i colpi di mortaio di “Charlie”, o in un’ordinaria imboscata a colpi di frecce in mezzo alla giungla. Ma, tra le pellicole sul Vietnam, “Apocalypse Now” è la meno realista e la più allegorica: a ferita ancora fresca (gli accordi di pace di Parigi erano stati firmati nel gennaio 1973), prende spunto dal conflitto per una riflessione definitiva sulla guerra che è dentro di noi, su un’America e un Occidente allo sbando che inconsapevolmente combattono sé stessi, i propri fantasmi travestiti da vietcong. Tutto è delirio, brutalità, orrore, di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, sulla spiaggia e nel pantano, lì “nel buco del culo del mondo”, in una lunghissima, eterna “risalita agli inferi” che inevitabilmente porterà non a scoprire la saggezza e il senso di una guerra e della vita stessa, bensì alla sorgente dell’abiezione, sotto le sembianze animalesche di una violenza primordiale e di un cieco istinto autodistruttivo (“Drop the bomb, exterminate them all!”, si può leggere tra gli appunti di un Kurtz ormai pazzo). Ispirata solo in parte a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, è un’opera immane di ultra-cinema da cui Francis Ford Coppola – anche a causa di una realizzazione piuttosto difficoltosa – rimase sopraffatto, tanto da cadere in depressione e tentare il suicidio durante la lavorazione. Dal punto di vista tecnico, assistiamo al caso più unico che raro di un direttore della fotografia (il 39enne romano Vittorio Storaro, premiato con l’Oscar) che si erge a mattatore e stella assoluta dell’ultima mezz’ora, plasmando dall’ombra il cranio rasato e luminescente di Kurtz ed ergendosi come massimo responsabile di quel clima allucinante e spiritato, indimenticabile. Ultimo grande ruolo di un Marlon Brando già alle prese con i primi segnali di disfacimento psico-fisico: qui Coppola gli concede il canto del cigno regalandogli un personaggio clamoroso che lui interpreta aggredendolo con la sua debordante personalità, secondo uno stile che ricorda certe parti minori di Orson Welles. La versione Redux, edita nel 2001, è più lunga di 53 minuti e contiene frammenti e sequenze (l’intermezzo con le conigliette, la parentesi nell’avamposto francese in Cambogia) che aggiungono poco all’opera originale. La scritta “Apocalypse Now” campeggia su un muro del villaggio cambogiano in cui è ambientata l’ultima parte.

Voto: 8,5