Londra 1973: tra gli agenti segreti al servizio di Sua Maestà c’è un infiltrato al soldo del KGB.
Non è facile accostarsi alla recensione di “Tinker Tailor Soldier Spy” (meglio il bel titolo originale, omonimo del famoso romanzo di John Le Carré che diede origine nel 1979 anche a una mini-serie televisiva con Alec Guinness come protagonista). Il motivo è presto detto: è un film pressoché incomprensibile, densissimo di nomi luoghi fatti e ulteriormente complicato da una struttura a flashback che evita ellitticamente l’azione e si concentra praticamente solo sui dialoghi. Magari potete prenderlo come una sfida con voi stessi: se riuscirete a stargli dietro, sarete pronti per una carriera da provetti giallisti. E se andrà male, non è detto che avrete buttato due ore: a noi, dopo aver smarrito il filo del discorso dopo poco più di mezz’ora e trovandoci perciò costretti a trovare un motivo d’interesse nei successivi 90 minuti, è capitato di scoprire un grande regista. Lo svedese Tomas Alfredson, già rivelatosi nel 2008 col bellissimo horror “Lasciami entrare”, ha una personalità sconosciuta alla quasi totalità dei registi americani cosiddetti “di genere”, specializzati cioé in thriller e polizieschi spesso altrettanto complicati ma con molto meno arrosto. Alfredson non sbaglia una scena, non banalizza mai un’inquadratura, non trascura alcun dettaglio; non è di quelli che si appoggiano passivamente al copione e agli attori, ma ne esalta le qualità immergendoli in un’atmosfera rarefatta, fuori dal tempo (anche se la ricostruzione d’epoca è impeccabile). Sa andare oltre la semplice costruzione di un viluppo inestricabile e invita a dirigere lo sguardo in tutte le direzioni, esibendosi in lampi di estro registico spesso sorprendenti (la scena finale). Ha 46 anni e il talento per reggere l’urto di una carriera mainstream. Da buoni cinefili annotiamo infine la fresca nomination agli Oscar per il buon vecchio Gary Oldman – incredibile ma vero, è la prima della sua carriera.

Voto: 6,5