Dublino 1897. Albert Nobbs è un mite e fedele cameriere che lavora da anni nel lussuoso Morrison Hotel nascondendo un segreto inconfessabile: è una donna che trent’anni prima ha dovuto fingersi uomo per poter lavorare e sopravvivere da sola. La sua noiosa routine viene sconvolta dall’incontro col misterioso Hubert Page, che passa dall’albergo per alcuni lavori di tinteggiatura…
Quinto film del colombiano Rodrigo Garcia, figlio d’arte (suo padre è niente meno che Gabriel Garcia Marquez) e scrittore e regista di serie tv di discreto successo come “In Treatment”. Tratto dall’omonimo racconto breve (1927) dell’autore irlandese Albert Moore, è un film fortemente voluto da Glenn Close, che lo portò in scena nel 1982 in un teatro off-Broadway e oggi dà vita a un personaggio che non sfigura al cospetto dei mostri sacri del genere en travesti, dalla Julie Andrews di “Victor/Victoria” alla più drammatica Hilary Swank dello struggente “Boys don’t cry”. “Albert Nobbs” presenta saggiamente chiari agganci all’attualità (la difficoltà di trovare lavoro, l’incertezza sessuale che a lungo andare diventa negazione di sé) in una rassicurante cornice old-style che rimanda, nella verve dei personaggi e nella sapiente miscela di tragico e comico, ai film in costume di Stephen Frears (non solo perché c’è Glenn Close protagonista). Tuttavia, al di là dell’indubbia originalità dell’intreccio che eleva al quadrato il classico tema del “doppio” (un’idea che comunque, occorre ricordarlo, è vecchia di oltre un secolo), la regia di Garcia è piattina e convenzionale e pare adagiarsi completamente sul ricco cast, dove spicca il metro e 84 centimetri di Janet McTeer e il sempre ottimo Brendan Gleeson nel piccolo ruolo del dottor Holloran. Lo strano mix di tradizionalismo e trasgressione gli ha attirato, come prevedibile, i favori dell’Academy, che ha assegnato la meritata nomination a Glenn Close come protagonista e ha premiato anche la McTeer.

Voto: 6+

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