Svezia: un giornalista economico si dimette dalla direzione del suo periodico dopo essere stato condannato per diffamazione verso un potente finanziere. Per risalire la china accetta di indagare sulla scomparsa della nipote di un ricco imprenditore, avvenuta quarant’anni prima. Nel frattempo, la hacker Lisbeth Salander…
Il grande successo postumo della trilogia “Millennium” a opera dello svedese Stieg Larsson ha già stabilito un piccolo record: in tre anni sono stati già tratti ben due film dal primo capitolo, “The Girl with the Dragon Tattoo” (traduzione italiana un po’ libera ma appropriata, “Uomini che odiano le donne”). Il primo film, diretto da Niels Arden Oplev, era una produzione svedese uscita in Europa nei primi mesi del 2009; ma il pubblico d’oltre oceano, si sa, non guarda nulla che non sia americano, così i produttori statunitensi hanno buon gioco a importare quel che d’interessante viene dal Vecchio Continente. Il remake è stato affidato alle sapienti mani di David Fincher, che da qualche anno ha intrapreso un percorso non troppo lontano da quello di cineasti come Scorsese negli anni ’90, alternando film d’autore a film di cassetta i cui proventi servono a finanziare il successivo film d’autore. “Millennium” – ovviamente – fa parte della seconda categoria: con gioielli come “Seven” e “Zodiac” Fincher ha rifondato il sottogenere “thriller con serial killer” e, nonostante la trasferta svedese, gioca nel suo giardino,  inserendo il pilota automatico e impostando la solita infallibile atmosfera specialità-della-casa (fotografia gelida, montaggio serratissimo, musiche in tono di Trent Reznor); si auto-cita per il sollazzo dei fan ed elargisce stille di classe purissima come la scena della tortura con “Orinoco Flow” di Enya in sottofondo. L’operazione è squisitamente commerciale e dunque non c’è da fare troppo i buongustai: il film tiene tutto sommato decorosamente, malgrado la durata extralarge e almeno un grave errore di miscasting (l’aver affidato la parte principale all’oggettivamente scarsissimo Daniel Craig). Rooney Mara rifà con lo stampino il personaggio già nobilitato da Noomi Rapace e insomma tutti vivono felici e contenti, spettatori compresi. Un Fincher minore per esigenze di botteghino (cfr. “Panic Room”, 2002), ma è pur sempre Fincher. Notevolissimi e già cult i titoli di testa: se siete impazienti, potete goderveli nel video qua sotto.

Voto: 6,5