Durante una gita al largo delle isole Eolie, Anna scompare improvvisamente. Il suo compagno Sandro e la sua amica Claudia iniziano le ricerche, che proseguono con sempre minor convinzione.
Sesto film di Michelangelo Antonioni e primo capitolo della cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” con cui il regista ferrarese raggiunse il successo internazionale nei primi anni ’60. Dietro il paravento di un finto giallo la cui artificiosità è evidente già dopo poche battute, è uno dei film più velenosi e graficamente violenti che (insieme al suo coetaneo “La dolce vita”) interruppero la quiete borghese all’inizio del decennio del boom, tanto da meritarsi persino un sequestro per qualche giorno per opera della Procura di Milano, che lo accuso di oscenità e impose l’oscuramento di cinque brevi sequenze. Opera spietata, ben poco costituzionalmente italiana nel non concedere attenuanti o vie di fuga ai suoi personaggi, vittime e anzi schiavi del paesaggio siciliano (fotografato memorabilmente da Aldo Scavarda) e della natura animalesca che si riverbera anche nei suoi abitanti. Antonioni dà dignità al dolore e alla solitudine come condizioni esistenziali permanenti, fuggendo dalla scorciatoia consolatoria di ridurli a semplici accidenti curabili come una malattia: e infatti di Anna, che esce di scena dopo mezz’ora, non se ne saprà più niente, lasciando un vuoto che in un certo senso è il vero protagonista del film. Finale amarissimo, splendida Monica Vitti. Prima tappa di un percorso che rese Antonioni regista “difficile” e impopolare, classico feticcio da cinéphiles seguito pochissimo dalle masse (cui dà voce Gassman in una famosa battuta del “Sorpasso”). La chiave della sua poetica aspra e rigorosa sta in una battuta rivelatrice di Lea Massari a inizio film: “Quando sei da solo pensi quello che vuoi, come vuoi… mentre quando qualcun altro è lì davanti a te, è tutto lì… capisci?”. Si riferisce alle relazioni di coppia, ma è una frase che può valere perfettamente per il suo modo di fare cinema.

Voto: 7,5