Giugno 1941: la scalcagnata unità navale Garibaldi approda a Megisti, una sperduta isoletta nel mar Egeo, con il compito di occuparla e proteggerla da eventuali attacchi nemici.
“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Capitolo conclusivo della “trilogia della fuga” di Gabriele Salvatores iniziata con “Marrakech Express” (1988) e proseguita con “Turné” (1990), è il più debole e macchiettistico dei tre. Con l’escamotage narrativo un po’ trito del ritorno al passato (solo due anni prima ne aveva fatto manbassa il pur ottimo “Nuovo Cinema Paradiso”, per rimanere in tema di Oscar), Salvatores non si discosta granchè dai suoi temi prediletti: il viaggio, gli amici, la fuga dalle responsabilità nell’impossibilità di “cambiare il mondo” (dicono proprio così, gli otto naufraghi inconsapevolmente pre-sessantottini). Si parla del passato per rappresentare lo sconsolante presente dei primi anni ’90, con la disillusione privata e politica come nodi centrali del racconto. Il clima buzzatiano di attesa scivola presto nel classico immaginario salvatoresco: le partite di calcio sulla spiaggia, le canne ante-litteram, il solito cameratismo maschilista. Non mancano comunque i frammenti ispirati in un’opera stilisticamente molto più curata delle precedenti, grazie alla fotografia di Italo Petriccione e alle musiche di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani. Sorprendente Oscar come miglior film straniero nel 1992, beffando il ben più quotato “Lanterne rosse” di Zhang Yimou: mettendo per un attimo da parte l’orgoglio patrio, si tratta di una delle vittorie più incomprensibili e astruse nella storia dell’Academy?

Voto: 6-