Simin vuole lasciare il Paese ma suo marito Nader non è d’accordo, non volendo abbandonare il padre malato di Alzheimer; i due devono separarsi, ma con chi va la figlia?
La rivelazione dell’anno 2011 rappresenta un discreto punto di rottura con l’estetica, il simbolismo e le classiche poetiche del cinema mediorientale. Proveniente da uno Stato – l’Iran – che le cronache occidentali descrivono chissà quanto fedelmente come un calderone di tensioni etniche e religiose, il 40enne Ashgar Fahradi (come già aveva fatto nel precedente “About Elly” del 2009) propone uno sguardo laico, animato da un fervore civile insolito e ancor più ammirevole vista la sua nazione d’origine, sulla quotidiana assurdità della burocrazia e di una morale comune che spesso mette in secondo piano la ragione e il buonsenso. Al di là dell’adesione dei suoi abitanti a regole comportamentali e culturali ben diverse dalle nostre, questa Teheran non ha nulla di diverso – sia nell’architettura che nelle relazioni umane e sociali – da una qualsiasi periferia europea, ed è questo il primo forte motivo d’interesse, oseremmo dire geopolitico, di “Una separazione”: Fahradi colloca il suo film e il suo Paese nel nostro stesso universo di riferimento, volendo giocare ad armi pari con gli spettatori di tutte le latitudini. Il dramma familiare, reso con vibrante compostezza dai due bravissimi protagonisti, ci risulta così più forte e sentito e ha un respiro neorealista che non giunge nient’affatto fuori tempo massimo: le lunghe sedute davanti al giudice, la figlia che “salva” suo padre senza che questi abbia neanche bisogno di anticiparle le domande, il disegno dei personaggi “minori” (si fa per dire) della badante e di suo marito sono momenti di scrittura ispiratissima. Senza mai voler parlare di politica, è un’opera profondamente politica e universale. E una volta tanto ha messo tutti d’accordo: Orso d’Oro a Berlino 2011, Golden Globe e Oscar come miglior film straniero.

Voto: 7,5