Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una (?) bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, Milano.
A nove anni da “La meglio gioventù” e a dodici da “I cento passi”, il ritorno di Marco Tullio Giordana al cinema civile e alla rievocazione rimette al centro della scena uno degli imbrogli per antonomasia nella storia del nostro sfortunato Paese. Il lavoro è ben fatto, molto accurato nella ricostruzione d’epoca, recitato ottimamente: menzione d’onore per il Pinelli di Pierfrancesco Favino e l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni, mentre Valerio Mastandrea sta un po’ stretto nei panni di un commissario Calabresi a una dimensione. La tesi portata avanti con coraggio e chiarezza (merito della calibratissima sceneggiatura di Rulli & Petraglia) è quella sostenuta da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana”, vale a dire la “doppia bomba”: una piazzata dagli anarchici a scopo dimostrativo, l’altra – dal potenziale ben più distruttivo, la vera colpevole della strage – a opera dei neofascisti veneti con l’aiuto determinante di elementi deviati della NATO e dei nostri servizi segreti (occorre ricordare che la tesi di Cucchiarelli non è certo inoppugnabile, ed è stata di recente contestata da alcuni protagonisti della vicenda come Adriano Sofri, tra i leader di Lotta Continua, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi).
Un po’ appesantito da un certo didascalismo (specialmente nei dialoghi), comunque necessario per raggiungere i fini didattici che Giordana si è lodevolmente prefissato, il film si muove abbastanza fedelmente nel solco tracciato per primo dal fortunato “Romanzo criminale” di Placido, con cui condivide una certa fascinazione per le trame più che oscure, per il complottismo d’assalto e per quel sempre più diffuso senso di anti-Stato che va diffondendosi in Italia da tempo, e certamente non senza ragioni. Va ricordato, per esempio, che non è del tutto vero che la strage sia rimasta senza colpevoli, come si legge prima dei titoli di coda: se non è stato possibile arrivare a una verità giuridica, quella storica ha comunque riconosciuto come esecutori materiali della strage i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. Tutto quel che resta lo cataloghiamo in un altro fascicolo: la dimensione emotiva, la sfera dei sentimenti, dell’indignazione, della rabbia e dell’angoscia (molto ben rappresentate) che condividiamo col ferroviere Pinelli torchiato da tre giorni in un ufficio di commissariato, con l’etereo Aldo Moro che si muove lieve e felpato come un fantasma, con i tormenti di Calabresi accompagnato dall’angelo della morte fin dalla prima scena, con l’arrogante impunità del questore Guida che mente senza pudore ai giornalisti, al Paese. Facce e corpi di italiani, alcuni perbene altri no: il vero dramma – che con il tempo, si sa, si trasforma in farsa – è che non sapremmo dirvi chi sono gli uni e chi gli altri.

Voto: 7+