Due anziani coniugi sbarcano a Roma per conoscere il futuro marito della figlia; un giovane architetto si innamora follemente della miglior amica della sua fidanzata, di passaggio a Roma; un mite impiegato finisce improvvisamente al centro dell’attenzione di media e paparazzi; due ingenui sposini arrivano a Roma e devono fare i conti con le tentazioni della Città Eterna.
Il momento di maggior sincerità del 42°, evitabilissimo film di Woody Allen sta nell’indole del suo personaggio che, assimilando la morte alla pensione, si ostina a proseguire la propria carriera con opere sconclusionate come il disastroso adattamento teatrale dei “Pagliacci” di Leoncavallo. Altro non ci sentiamo di scrivere su una cosa come “To Rome with love”, che solo il grande affetto che ci lega al regista newyorkese ci impedisce di definire nella maniera più appropriata. Ci limiteremo perciò a un freddo elenco di scene e situazioni che ci hanno fatto riflettere, senza aggettivi qualificativi nè avverbi che possano lasciar intendere un qualsiasi giudizio.
– la processione religiosa che sbuca davanti a Benigni in pieno giorno da un vicolo di Trastevere;
– dialoghi come “Vorrei fare l’amore con te ma così commetterei adulterio” “Lascia stare la semantica” (Alessandra Mastronardi-Antonio Albanese, quasi testuale);
– il romano Alessandro Tiberi e la napoletana Mastronardi che interpretano due giovani sposi di Pordenone (!);
– la recitazione dei medesimi Tiberi e Mastronardi;
– la scena comica in cui Tiberi, a pranzo con una prostituta, scopre che sua moglie si trova nel suo stesso ristorante in compagnia di un attore famoso e si sporge troppo per spiarli, fino a cadere dalla sedia;
– la scena finale con la banda del paese (?) che suona “Volare” sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Doppiaggio criminoso che passa e travolge tutto come un bulldozer appianando e appiattendo ogni differenza linguistica e, di conseguenza, culturale.

Voto: s.v.