Rimasto orfano dell’amatissimo padre dopo l’11 settembre, Oskar Schell ha una missione: mantenerne vivo il ricordo grazie alla memoria, agli oggetti e a una strana caccia al tesoro che inizia da una misteriosa chiave trovata in un vaso, un giorno per caso.
Dal fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer, straordinaria favola metropolitana contemporanea sull’elaborazione del lutto e su una necessità impellente, da un certo punto in avanti: bisogna diventare grandi. La tragedia più traumatizzante di questo inizio secolo (non soltanto dal punto di vista numerico ma anche e soprattutto da quello emotivo) ha portato molte persone – parecchie anche molto più adulte del piccolo Oskar – a fare i conti con la brutale irruzione nel proprio quotidiano di un elemento mai preso prima in considerazione: l’insensato esiste, è dovunque e per natura avrà sempre la meglio su tutto ciò che è razionale e governabile attraverso una logica impeccabile. E’ di questo che parla in fondo questo film che dietro la classica storia, sempiterna ed emozionante, del racconto di formazione nasconde un discorso rivolto a tutti i bambini dai cinque agli ottant’anni: saremo anche nati per soffrire, ma non per questo bisogna viverci. Oskar rimane bambino fino a quando si ostina a far rivivere il passato attraverso fotografie, indirizzi, coordinate e numeri di telefono; quando smette di cercare e accetta di essere giunto alla fine del viaggio, scopre di essere diventato grande.
La sceneggiatura di Eric Roth asseconda alla grande il testo originale e la regia del britannico Stephen Daldry (che da ormai dodici anni continua a non sbagliare un film) ne accresce forza e intensità, aggiungendo suoni, luci e rumori per una rappresentazione ancora più forte del dolore più nero, profondo e inspiegabile. Prova indimenticabile del debuttante 14enne Thomas Horn, che dà vita insieme a Max von Sydow a una parte centrale che vale da sola tutto il film. Opera spielberghiana non solo nei suoi tratti più manifesti (l’avventura, il segreto, la felice rappresentazione dell’infanzia) ma anche nel suo difetto più grande, un eccesso di generosità che sconfina nella ridondanza di un finale che non finisce mai. Ma è un peccato che gli si perdona volentieri.

Voto: 8=