Ferdinand e Marianne commettono un omicidio e abbandonano Parigi dirigendosi a sud. Fino a dove, fino a cosa?
“Noi siamo dei morti in permesso. E gli alberi???”. Il decimo film del parigino Jean-Luc Godard, diretto a 35 anni nel pieno del suo periodo di sfrenato attivismo (girerà ben 22 film tra il 1960 e il 1967), se ne sta per tutto il tempo in precario equilibrio su un sottile crinale tra l’ammirevole e il fastidioso. Percorso da un vitalismo sfacciatamente esibito e provocatorio (“Me ne infischio dei libri, dei soldi, di tutto: quello che voglio è vivere”), è un’avventura che va oltre i propri personaggi per investire e dare un significato all’intero universo mondo, laddove tutto ciò che è vecchio, banale, prevedibile e conformista è semplicemente privo di senso, come le frasi assurde (“Raggiungimi fra mezz’ora” “No. Io conto fino a 137”) e le improbabili derivazioni poliziesche di una trama che i due protagonisti subiscono, invece che esserne gli artefici. Prendiamo il personaggio di Jean-Paul Belmondo, che per tutto il film non fa che ripetere pedantemente a sé stesso e agli altri di chiamarsi Ferdinand e alla fine viene mortificato persino da Godard stesso, che intitola la propria opera con quel nomignolo così detestato. Opera eversiva se ce n’è mai stata una, “Pierrot le fou” non fa che urlare per 95 minuti il proprio spaesamento e disorientamento verso un mondo di cui fa a pezzi le regole grammaticali, logiche, sintattiche e cinematografiche, aggiungendoci una marcata decostruzione narrativa che di certo non incontrerà i favori dello spettatore medio. Nonostante sia progettato per farsi odiare dai benpensanti – o forse proprio per questo – ha frammenti che si incidono incontrollabilmente nel cervello: il dialogo sublime con Samuel Fuller alla festa, le incongrue luci colorate che illuminano la prima fuga in auto, il finale potentissimo e memorabile. Titolo in italiano, “Il bandito delle undici”: no comment.

Voto: 7,5