La visita in clinica a un caro amico, la presentazione di un libro, una puntata in un night club, una festa in una villa lussuosa: ventiquattro ore (le ultime?) nella vita di una coppia borghese di Milano.
A un anno di distanza da “L’avventura”, secondo episodio della trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. La vicenda si sposta a Milano e per l’occasione il regista ferrarese amplia lo spettro d’indagine, non limitandosi solamente alla crisi privata del singolo individuo ma spingendosi fino a inquadrare quel dissesto politico e sociale che si cela, ancora invisibile, dietro l’imminente boom economico. Non del tutto immune da tentazioni intellettualoidi, la sceneggiatura di Antonioni, Tonino Guerra ed Ennio Flaiano è debitrice in qualche passaggio a situazioni joyciane e suggestioni da “Dolce vita” (che era del 1960 e anch’essa co-firmata da Flaiano) ma è a lungo in grado di brillare di luce propria, nel ritratto lucidamente moraviano di un’alta borghesia raffigurata una volta di più senza macchiette e facili stereotipi. Un Mastroianni misurato e tormentato è il motore di un film onirico ed evocativo fin dallo scarno titolo: nel personaggio di Giovanni la noia e il disgusto per la propria condizione morale e sociale si accompagnano alla consapevolezza di non riuscire a trovare un posto diverso in questa realtà; condizione ancora più frustrante per chi di mestiere fa lo scrittore, l’artista, l’inventore di nuovi mondi e nuove possibilità.
Più ostico de “L’Avventura” – specialmente perchè calato in un contesto cui è aliena la gran parte degli spettatori presenti e futuri (di qui le accuse di snobismo) -, “La notte” non manca comunque di momenti ispirati (il “gioco nel gioco” tra Mastroianni e Monica Vitti) e battute di disperata secchezza (“Il futuro è probabile che non cominci mai”). Fu Orso d’Oro a Berlino 1961 e Antonioni vinse il David di Donatello per la regia: il suo cinema dell’incertezza e della precarietà è quanto mai attuale in questo momento storico.

Voto: 7