Odissea interstatale di Scott Favor e del suo amico narcolettico Mike Waters, che si mantengono da vivere prostituendosi con uomini e donne. Scott è ricco di famiglia e lo fa per provocare e mettere in imbarazzo suo padre; Mike, gay e innamorato di Scott, sogna di ritrovare sua madre.
Terzo film di Gus Van Sant, il più conosciuto (ma non necessariamente il migliore) della sua prima fase da alfiere del cinema indipendente americano a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Opera dai tanti aggettivi: ambiziosa, emozionante, irritante, estetizzante, retorica, compiaciuta, folgorante, dal respiro decisamente letterario (trattasi in effetti di libero – molto libero – adattamento dell’Enrico IV di Shakespeare, del quale nel finale viene citato il contributo agli “additional dialogues”). Elegia romantica e via via sempre più struggente di un mondo borderline di cui Van Sant non si limita a tratteggiare pro domo sua solamente il côté omosessuale, ma ne propone una particolare visione all’insegna di una certa “poetica dei bassifondi”; ma questa parte, in verità, è quella meno originale e più artificiosa. Solito uso criminoso del doppiaggio e della traduzione, che non tiene neanche conto del titolo originale (“My own private Idaho”, in pratica “l’Idaho dei miei sogni”, in riferimento al luogo ideale nell’anima di Mike in cui vive felice con sua madre ancora viva). Rimangono nella memoria la sequenza delle copertine e il finale, tristissimo. Nei titoli di coda si scoprono cose interessanti: uno dei “ragazzi di vita” incontrati da Mike a Roma è interpretato da Massimo Di Cataldo, che qualche anno dopo otterrà un effimero successo con qualche svenevole canzoncina adolescenziale.

Voto: 6,5

(Primo film di Jim Caviezel)