Negli ultimi mesi del nazifascismo, quattro importanti notabili – ognuno rappresentante di un potere: religioso, economico, nobiliare e giudiziario – si chiudono in una villa a Marzabotto insieme a figlie, servi, prostitute d’alto bordo e un gruppo di giovani ragazzi e ragazze accuratamente selezionati, per seviziarli e abusare di loro assecondando ogni tipo di perversione.
Ultimo film di Pier Paolo Pasolini, il primo di un’ideale “trilogia della morte” (in contrapposizione alla precedente “trilogia della vita”) che non giunse mai a conclusione a causa dell’omicidio del regista, avvenuto in circostanze mai chiarite il 2 novembre 1975. Il film uscì postumo e si può tranquillamente scrivere, senza timore di esagerazioni, che si tratta di una delle opere più discusse e scandalose della storia del cinema. Pasolini parte dall’omonima opera del Marchese De Sade e da alcuni saggi ad essa riferiti per sviluppare un discorso originale, lucidissimo e formalmente impeccabile sul Potere e sulle implicazioni escatologiche e sessuali (vorremmo scrivere anche esistenziali, ma da “Salò” è tenuta ben lontana qualsiasi traccia di esistenza – cioè di vita). Già all’epoca era ben noto il punto di vista estremo e laterale dell’intellettuale (prima ancora che dell’artista) sulla situazione politica italiana e occidentale: questo film lo esplicita, lo mette nero su bianco attraverso un’allegoria di franchezza inaccettabile, che costringe anche lo spettatore più conciliante(open-minded, si direbbe oggi) a rabbrividire. Non si tratta semplicemente di un’assenza di morale, nè di una semplice prevalenza del Male sul Bene: ciò che sconvolge è la dittatura incontrovertibile (“Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti”) di una morale alternativa senza scampo, che si erge a giudice supremo dell’umanità. In altre parole, il potere pasoliniano non solo non tollera la minima forma di dissenso, ma anzi si eccita sessualmente immaginandosi già la repressione. La sensazione di freddo, nelle ossa e nel sangue, è aumentata dallo stridente contrasto tra l’oscenità del contenuto e la perfezione della forma, garantita da uno staff tecnico di prim’ordine: Dante Ferretti alla scenografia, Tonino Delli Colli alla fotografia, Ennio Morricone alla consulenza musicale. Tantissimi guai con la censura, prima che gli venisse riconosciuta piena dignità artistica solo nel 1991. Un film sinceramente agghiacciante, enorme, di smisurato coraggio.

Voto: 8

(Gli escrementi utilizzati in varie scene erano in realtà un misto di cioccolato e marmellata d’arance)
(Maurizio Costanzo collaborò con Pasolini a una delle prime stesure della sceneggiatura)