Una domenica d’autunno Ernesto Picciafuoco, pittore di successo non straordinario, riceve una notizia inaspettata: da tre anni è in corso il processo di canonizzazione di sua madre, uccisa a quanto pare da suo figlio Egidio (fratello di Ernesto) in circostanze mai del tutto chiarite.
Il film che segnò nel 2001 l’inizio di una nuova giovinezza nella carriera del piacentino Marco Bellocchio (classe 1939), con riconoscimenti diffusi in Italia e all’estero. Un’opera potente ma non blasfema, attraversato da un personaggio di inflessibile dirittura morale che detta la linea al film e si fa portavoce della visione del mondo di un ateo dichiarato come Bellocchio, che tuttavia ha grande rispetto del sentimento religioso e semplicemente detesta il mercimonio, l’autorità opprimente, l’ordine precostituito. Ernesto Picciafuoco è un uomo puro che come molti altri personaggi di Bellocchio ha caratteristiche ben poco italiane, per la sua testarda coerenza che è tutto ciò che ha da contrapporre alla triade Dio-Patria-Famiglia (e l’animazione finale con cui “sogna” di distruggere il Vittoriano vale più di ogni ulteriore commento). Nonostante i toni gravi e l’atmosfera cupa, è un film che ha il coraggio di risolversi positivamente: disertando il grottesco rendez-vous con il Santo Padre e osservando invece suo figlio che corre di corsa in classe, Ernesto scopre di aver ritrovato la serenità interiore – che non significa né pace né imperturbabilità, ma la certezza di essere vivo. Attori tutti magnifici: Castellitto alla miglior performance della carriera viene adeguatamente spalleggiato da un superbo cast di contorno, a cominciare dalla perfida Piera Degli Esposti; nelle sole due apparizioni del suo conte Bulla, Toni Bertorelli lascia un segno indelebile. Stupidamente vietato ai minori di 14 anni per le due necessarie bestemmie che nobilitano il film e rappresentano il suo momento più alto e toccante.

Voto: 8-