Ventiquattro ore nella vita di tre giovani parigini della banlieu: il bianco Vincent, il maghrebino Said e il nero Hubert, sullo sfondo di violente rivolte e scontri con la polizia, responsabile della morte di un ragazzo del ghetto.
Seconda opera del francese Mathieu Kassovitz, fenomeno (premio a Cannes per la miglior regia) e fotografia di un’epoca e di un momento che non sono mai finiti, assurto con le sue frasi (“…fino a qui tutto bene”) al rango di cult-movie con il tempo e col regredire di una società multietnica che cade da decenni negli stessi sconsolanti errori. Pur senza sostanziali prese di posizione di carattere politico (giusto qualche riferimento a Jean-Marie Le Pen), “L’odio” è un film per nulla qualunquista: il veleno della rabbia e dell’odio ha ormai irreparabilmente infettato tutto il tessuto sociale e nessuno può dirsene al riparo, o al di sopra, o addirittura migliore – anche Hubert, per lunghi tratti colui che appare il più maturo e riflessivo, alla fine si lascia trascinare dall’istinto della vendetta. Prima che il tema della “periferia inkazzata” si riempisse di retorica e luoghi comuni buoni più che altro per vendere libri e dischi (anche in Italia, specialmente in Italia), fu un film duro, violento e disperato. La regia di Kassovitz è energica e sinceramente partecipe, con un indimenticabile bianco e nero che astrae le storie dei tre protagonisti, rendendole ancora più universalmente tragiche; ma non è immune a qualche tentazione modaiola come le digressioni tarantiniane come quella del vecchio nel bagno pubblico (“Pulp Fiction”, amatissimo in Francia, risale del resto appena a dodici mesi prima). Vincent Cassel denireggia a tutto spiano, ma il migliore del cast è il nero Hubert Koundé. Recitato per lunghi tratti in “verlan”, un gergo da banlieu che consiste nell’invertire l’ordine delle sillabe di una parola; il doppiaggio italiano, fatalmente, annulla il tutto.

Voto: 7