Un militare in pensione riceve la notizia della misteriosa sparizione di suo figlio, da poco rientrato dall’Iraq. Le sue indagini porteranno alla luce una realtà peggiore di ogni aspettativa.
Terza regia dello sceneggiatore Paul Haggis dopo l’ottimo successo di “Crash”. Qui recupera i dolenti toni à la Eastwood di “Million Dollar Baby” (del quale aveva appunto scritto il copione) e li riadatta al perenne nervo scoperto dell’America più fiera e orgogliosa: le sue sconfitte militari, morali ancora prima che numeriche. Parente strettissimo dell’ampia filmografia sul trauma post-vietnamita, “Nella valle di Elah” si fa apprezzare per la sua misura e per il ripudio di ogni retorica e facile conclusione; più che una violenta catilinaria come l’avrebbe girato – chessò – un Oliver Stone, è lo sguardo sgomento e smarrito di un soldato che guarda un palazzo appena devastato da una granata, di un uomo che guarda la propria città spazzata via da un’alluvione, di un padre che rimette piede nella stanza del figlio appena scomparso. Si fa presto a sparare a zero sui crimini e sulle ipocrisie della fottuta-America-imperialista; si fa un po’ più tardi – ed è un bene – quando si rallenta e ci si ferma per entrare nelle basi militari o salire sui carri armati per osservare da vicino il disperato vuoto pneumatico di chi, convinto di dover servire fedelmente un Paese senz’anima, ha finito per perdere la propria. Forse sta qui – nell’agghiacciante serenità del caporale Penning mentre confessa il suo crimine – la grande differenza tra il post-Vietnam e il post-Iraq: lì c’erano dolore e sconcerto per aver scoperto di non essere infallibili, qui ci sono solo inebetimento ed elettroencefalogramma piatto. Film calibratissimo nell’andatura e nelle interpretazioni, tra le quali spicca quella senza macchie di un Tommy Lee Jones che sfrutta al meglio i mezzi toni di un personaggio assolutamente nelle sue corde. Suggestivo finale sulle note di “Lost” di Annie Lennox. Il titolo si riferisce al luogo del fatidico combattimento tra Davide e Golia: in chi dei due si rispecchia metaforicamente l’America? Non è così scontato che sia il Gigante.

Voto: 7+