Un’affermata scrittrice e psichiatra si fa coinvolgere nelle imprese di un seduttivo truffatore, conosciuto a causa di un cliente. Come sempre, seguiranno complicazioni.
Elegantissimo esordio alla regia cinematografica di un maestro narratore come il 40enne chicagoan David Mamet che, oltre ad aver vinto il Pulitzer per la drammaturgia, all’epoca aveva già lavorato per il grande schermo come sceneggiatore di successo (“Il postino suona sempre due volte”, “Il verdetto” e il contemporaneo “Gli intoccabili”). Il classico meccanismo a incastri e scatole cinesi, secondo il quale una bugia è solamente ciò che c’è dentro una bugia più grande, serve anche a intavolare un discorso di inusuale profondità sul fascino che l’illecito e l’immorale esercitano sulle persone qualunque, come in certi film di Hitchcock o altri noir d’epoca in cui le torbide vicissitudini di un uomo comune facevano immediatamente scattare il meccanismo di immedesimazione dello spettatore. Tecnicamente, come in molti altri lavori di Mamet, è inoltre una summa dell’arte del racconto e della scrittura, sempre estremamente pulita, logica, consequenziale, a volte persino fin troppo accademica: basta come esempio la lunga e conturbante sequenza della partita a poker, pozzo senza fondo di false piste, specchietti per le allodole e altri trucchi da navigato magician. E’ il film più famoso dell’italo-americano Joe Mantegna, che nei primi anni ’90 ha anche lavorato con Woody Allen (“Alice”, “Celebrity”) e Coppola (“Il padrino parte III”). Anche una piccola parte per William H. Macy.

Voto: 7