Jason e Sophie, trentacinquenni in cerca d’autore, convivono senza slanci e senz’aspirazioni. Per mettersi alla prova decidono di adottare per sei mesi un gatto con problemi di salute.
Seconda regia della poliedrica 38enne statunitense Miranda July, pure artista, musicista e scrittrice, a sei anni di distanza dal brillante “Me and You and Everyone We Know”. Titolo impegnativo e storia non da meno, molto lontana dalle carinerie dell’opera precedente; alcuni critici americani hanno scomodato Todd Solondz, ma non c’è né viene cercata quella sua disturbante causticità. Quel che invece c’è, e non poco, è uno stile con bella personalità e capacità di analisi nelle pieghe delle tante tragedie domestiche, quiete e silenziose, dei trentenni occidentali, che non si limitano solo al lavoro, alla disoccupazione o alla crisi di coppia, ma fondono il tutto creando un’angosciante cappa di insoddisfazione e incompiutezza. Lungi dal farne un indigesto pappone moraleggiante come quello che abbiamo appena scritto, la July spoglia la vicenda di partenza di ogni tentazione sociologica, astraendola e spostandola – a un certo punto letteralmente – sulla luna. Ultimate le presentazioni, si arriva al nocciolo della questione: che fare di un lavoro che non ci piace, se non possiamo trovare di meglio? Che farne del tempo, così minaccioso e cattivo quando si ostina a scorrere come se niente fosse? Che fare dei rapporti umani, dei semplici contatti, oltre i quali tanto ci si trova irrimediabilmente soli? Che farne insomma della vita intera, specialmente visto che a quanto pare “vivere non è che l’inizio”? “The Future” non è perfetto, anzi gira spesso a vuoto, si ferma e riparte, soffre di lungaggini ma brilla di momenti geniali (il dialogo di Sophie con le due colleghe e i rispettivi figli), è sincero nella sostanza e ricercato nella forma. Una specie di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” cinque anni dopo (non solo per le musiche di Jon Brion), più inafferrabile e rarefatto, che si fa ricordare pur lasciando poche tracce.

Voto: 7-