La squadra speciale IMF (Impossible Mission Force), al soldo della CIA, deve impadronirsi di una segretissima lista di agenti sotto copertura nell’Europa Centrale, per evitare che possa finire nelle mani di un pericoloso terrorista russo.
Ci può essere del buono, artisticamente parlando (che paroloni), in una saga multimiliardaria nel frattempo arrivata al quarto episodio e probabilmente non ancora conclusa? Caposaldo dell’industria hollywoodiana dal 1996, ispirato a una serie tv americana di successo trasmessa dal 1966 al 1973, “Mission: Impossible” è una macchina da guerra della cui efficacia nessuno ha ancora iniziato a dubitare: è cazzeggio puro, popcorn-movie di nessuna profondità, cinema fatto sbadigliando e non a caso il suo primo capitolo reca in calce la firma di Brian De Palma, il talento più grande e più pigro degli ultimi quarant’anni. La spy story inscenata con grande dispendio di mezzi e cachet per i divi di turno (anche in piccole parti, vedi il caso di Kristin Scott Thomas) non è mai credibile per un momento, e probabilmente non lo è neanche agli occhi dello spettatore più accanito, che si accontenta di ritmo inseguimenti adrenalina. Niente di male, intendiamoci, ma niente di più. Raro esempio di film che si risolve in una singola, straordinaria sequenza: l’intrusione nella stanza dei computer della CIA, modello difficilmente eguagliabile di regia controllata e montaggio per il ritmo e la tensione ottenuti senza mezzucci. Poi, boh, apre la strada a uno dieci cento sequel, ma a chi importa veramente?

Voto: 6-