Appena trasferitosi in un nuovo paese con papà, mamma (in attesa) e sorellina, Mickael fa amicizia con un gruppo di ragazzini del suo quartiere. Anche se…
Secondo lungometraggio della 31enne francese Céline Sciamma, che già aveva trattato il tema del delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza nell’opera prima “Naissance des pieuvres” (2007). Con delicatezza tutta transalpina e un grosso debito di riconoscenza verso il Truffaut più accessibile e popolare, quello dei bambini-adulti stile “Gli anni in tasca”, “Tomboy” si pone come rivelazione della stagione cinematografica appena conclusa: lo spunto di partenza non è originalissimo ma lasciano invece il segno la sobrietà con cui viene sviluppato e governato, la struttura narrativa senza strilli e senza scene madri, un tono soffuso che dilaga nella malinconia delle luci, degli sguardi, persino dei giochi in cortile. Nonostante la sordina applicata di proposito ai sentimenti e alle emozioni, il film riesce a comunicare ciò che vuole: poche cose sono così laceranti come i drammi interiori dei bambini, che per natura si prendono terribilmente sul serio e temono – a ragione – la cattiveria e la crudeltà dei loro coetanei. Il discorso sull’identità sessuale viene volutamente lasciato in sospeso, se non proprio fatto cadere nel vuoto (non c’è dialogo tra madre e figlio/a in cui si affronti esplicitamente l’argomento: meglio così). Da guardare ora che Ferragosto è già passato e l’avvicinarsi di settembre non ci mette la paura di qualche anno fa. Gli occhioni chiari del/la protagonista Zoé Héran nascondono e dicono tante cose, soprattutto una: com’è triste per un bambino la fine dell’estate.

Voto: 7