Primavera 1968: appena arrivato a Parigi, l’americano Matthew viene coinvolto nelle proteste per la rimozione di Henri Langlois alla guida della Cinémathèque Française e fa amicizia con i gemelli Théo e Isabelle.
Basato sul racconto “The Holy Innocents” di Gilbert Adair, è il film più discusso di Bernardo Bertolucci dai tempi di “Ultimo tango a Parigi” e de “La luna”: estetizzante, estenuante per la sua esibita e insistita cinefilia, criticato per un certo abuso di luoghi comuni sul Sessantotto che oltre trent’anni dopo, in effetti, possono suonare stantii. Ma guardiamo ai fatti: è un po’ il sogno e un po’ il manifesto di un regista che a sessant’anni suonati, dopo essersi meritato sul campo un discreto prestigio internazionale, si sente giustamente in diritto di dirigere quel che vuole; e invece di dedicarsi al classico lavoretto cupo, disilluso e ombelicale da Venerato Maestro, sforna un’opera energica, vitale, rivolta tanto agli adulti quanto soprattutto ai giovani, perfettamente adattabile ai tempi e ai contenuti di oggi. Impossibilitati a ricevere lezioni morali, i più anziani possono consolarsi rivedendo i bei tempi andati (saranno poi stati così belli?), Marlene Dietrich, Charlot e l’occupazione della Cinémathèque Française con Truffaut che arringa la folla. Eva Green indimenticabile, almeno per due motivi. Momenti notevoli: la Venere di Milo di Isabelle, le uova al tegamino di Théo. “The Dreamers” ha carisma, personalità, fugge dall’ordinario non avendo paura di cadere nel ridicolo. Si può a pieno titolo accusare Bertolucci di aver voluto confezionare il classico film da salotto buono radical-chic, di dare una visione fin troppo distorta e idealizzata di un periodo forse sopravvalutato, di aver voluto realizzare un film storico finendo col farsi sopraffare dalla fantasia e dall’immaginazione: ma in fondo il cinema non serve a questo?

Voto: 7