Archive for settembre, 2012




Ex deejay di successo caduto in disgrazia dopo aver involontariamente ispirato una strage in un ristorante, Jack Lucas è ridotto a fare il commesso in una videoteca di dubbio gusto insieme alla sua compagna Anne. Una notte incontra Parry, barbone svitato alla ricerca del Santo Graal, al cui passato scopre però di essere in qualche modo legato…
“Grazie a Dio nessuno guarda in alto in questa città”. A sei anni dal successone di “Brazil” e a tre dal semi-flop de “Le avventure del Barone di Münchausen”, Terry Gilliam dirige nel 1991 questa squisita commedia meno leggera e più giudiziosa di quel che può sembrare a prima vista. Se non mancano i momenti di deliziosa sgangheratezza che forse costituiscono addirittura la colonna portante del film (e le cose non potrebbero andare diversamente in un’opera di Gilliam), il regista ex Monty Python governa con mano fermissima il copione dell’esordiente Richard LaGravenese, integrandolo e imponendovi la sua personale visione del mondo: la fantasia al potere per sfuggire dalle beghe della quotidianità e dalle sofferenze passate, trascese in una qualche forma di schizofrenia nel personaggio di Parry. Con sapienti e frequenti deviazioni nel musical e nella classica screwball comedy, Gilliam immerge la storia e i personaggi in tante diverse New York: quella putrida dei bassifondi, quella immobile e sospesa di Central Park, quella frenetica degli uffici e della Grand Central Station che fa da sfondo a uno dei momenti più ispirati del film. Le donne, i cavalier, l’arme e gli amori in un’indiavolata altalena concettuale tra Medio Evo e yuppismo con messaggio incorporato facile ma inattaccabile: ognuno ha bisogno di qualcuno da amare. Robin Williams fa ovviamente il mattatore in un ruolo totalmente nelle sue corde, ma sono bravissimi anche Jeff Bridges e la 42enne Mercedes Ruehl, premiata addirittura con l’Oscar come attrice non protagonista (tutt’altro che immeritato) prima di scivolare nel dimenticatoio.

Voto: 7,5



Far West: in un villaggio di minatori arriva John McCabe, spregiudicato imprenditore deciso a mettere su una casa di tolleranza. Gli dà una mano – in maniera non del tutto disinteressata – Constance Miller, ex prostituta che esercita su di lui una forte influenza.
Negli anni ’70 Robert Altman porta a compimento la sua opera di destrutturazione dei generi, operazione che interessa per esempio il noir (“Il lungo addio”), la fantascienza (“Quintet”) e persino, con esiti contraddittori, il fantasy di cassetta (“Popeye”). Non può perciò mancare il genere classico per eccellenza, il western, qui rivoltato da cima a fondo con una punta di esibizionismo e compiacimento, visto com’è programmaticamente animato da situazioni e personaggi bizzarri: una colonia di cinesi, un’ambientazione piovosa e invernale (fu girato a Vancouver nei mesi più freddi dell’anno), pretese di realismo e verosimiglianza che fanno a cazzotti con alcuni aspetti tecnici del film, prima su tutti una neve smaccatamente posticcia. Parabola tragica spiccatamente altmaniana, senza eroi, pieno di mezze figure e mezzi toni; apologia ante-litteram del capitalismo e dei suoi guasti, filtrata dal proverbiale pessimismo del regista di Kansas City. Warren Beatty spesso oscurato da una grande Julie Christie, che giunse fino alla nomination all’Oscar con un personaggio che, a conti fatti, è una delle donne più decise e risolute di tutta la storia del western. Musiche dolenti di Leonard Cohen che addolciscono un film aspro, spigoloso, difficile da digerire, forse un po’ datato.

Voto: 6,5



Appena assunto in un cantiere, Adam (Alex Pettyfer) fa la conoscenza di Mike (Channing Tatum), di giorno carpentiere e aspirante designer e di notte spogliarellista in un locale gestito dal pittoresco Dallas (Matthew McConaughey). Il ragazzo ha doti e talento, perché non tentare la via della scalata? Anche se Brooke (Cody Horn), sua sorella maggiore, non è esattamente d’accordo…
Che Steven Soderbergh fosse dotato di multiforme ingegno ce n’eravamo già accorti da un pezzo, abituati da più di un decennio a vederlo saltabeccare dal blockbuster impegnato (Traffic) al remake di Tarkovskij (Solaris), dalla trilogia da botteghino (Ocean’s) alla mattonata sperimentale (il micidiale Bubble). Regista di bosco e di riviera, Steven ha fiutato l’affare con questo Magic Mike, propostogli dal rampante Channing Tatum (anche co-produttore) che in gioventù aveva anche sbarcato il lunario cimentandosi in intrattenimenti di questo tipo. Il film è un’inezia senza pretese, spensierato e tamarrissimo, impreziosito qua e là da trovate registiche divertenti quanto fini a loro stesse, un modo gradevole per trascorrere un’ora e cinquanta e infine – sempre che abbiate cromosomi X in abbondanza – indubbiamente un bel vedere. Il banalissimo script dell’esordiente rischia a più riprese di scivolare nella versione al maschile del mitologico Showgirls (1995), ma fortunatamente l’eleganza di Soderbergh dietro la macchina da presa non ha nulla a che spartire con la grevità di Paul Verhoeven. Se siete tra i fan deferenti del regista di Atlanta, comunque, vi daremo in pasto quel che vi aspettate: sì, lo ammettiamo, come non cogliere – dietro quell’insistito voyeurismo verso ciò che succede sul palco e dietro di esso – il più classico dei riferimenti metatestuali allo spettatore guardone che è dentro ognuno di noi? Come non intravedere – dietro la banalità delle vicende vissute da Adam, che parte come ragazzo-prodigio e poi si rovina con la droga, mentre il suo protettore si redime e corre tra le braccia della di lui sorella – i brillanti ammiccamenti di Soderbergh a certo cinema di genere? Pensatela come vi pare, noi diciamo la nostra: è la classica polizza assicurativa sulla carriera che Soderbergh sente il bisogno di stipulare di tanto in tanto, peraltro (e giustamente!) senza mai vergognarsene, con praticità e spirito imprenditoriale tipicamente americani. Che problema c’è? Sempre meglio di Bubble. E poi un Matthew McConaughey mai così truzzo vale decisamente il prezzo del biglietto.

Voto: 6



Alcolizzato e con problemi economici, lo scrittore Jack Torrance accetta di passare l’inverno con moglie e figlio come guardiano di un tetro albergo nelle montagne del Colorado, incurante delle voci inquietanti sul passato dell’hotel.
Dopo la commedia (“Lolita”), il film bellico (“Orizzonti di gloria”), la fantascienza (“2001: Odissea nello spazio”) e il film storico (“Barry Lyndon”), ecco la via kubrickiana al genere horror. Molto liberamente ispiratosi all’omonimo romanzo di Stephen King, Kubrick rompe la logica e la consequenzialità (si fa per dire, è pur sempre un romanzo fantasy) della vicenda originale e la trasporta nel suo universo, dove lo spazio e il tempo non hanno le regole della realtà ma i contorni confusi e sfumati dell’incubo. Un mese dopo, martedì, sabato, ore 16, in un dilatarsi e scomparire che è esso stesso labirinto. Come l’universo di “2001”, carico di colori stordenti e suoni sgradevoli, l’Overlook si richiude su sé stesso e rimette in discussione i più elementari principi, in una delirante escalation di autodistruzione che ricorda la devastante esperienza “oltre l’infinito” dell’astronauta Bowman. Opera allucinatoria anche per lo spettatore, accecato dalle luci e disturbato dalle musiche violente e cacofoniche, che alimentano le illusioni e le allusioni. Tutto ha una duplice chiave di lettura, forse anche triplice: oltre a essere letteralmente “murder” al contrario, la parola “redrum” scritta da Danny sulla porta può essere anche “red room” – riferimento al sangue – e persino “red drum”, il tamburo rosso degli indiani d’America. Proprio lo sterminio dei pellerossa è uno dei tanti e insistiti riferimenti alle favole (Pollicino), alle leggende, ai miti e alla storia americana (il maglioncino di Danny con il disegno dell’Apollo 11). Film ricolmo di scene memorabili (Wendy che legge terrorizzata ciò che il marito ha battuto a macchina è uno dei massimi momenti thriller di tutti i tempi) e oggetto decennale di studi, speculazioni, illazioni (lo scorso giugno è stato presentato a Cannes “Room 237”, documentario gustosissimo e un po’ paranoico sui significati nascosti del film). Prodigioso anche tecnicamente, con il celeberrimo uso della steadicam e del montaggio audio-video con risultati che fanno tuttora ghiacciare il sangue. Shelley Duvall uscì a pezzi dalla lunga e forzata convivenza con due personalità complicate come quelle di Kubrick e Jack Nicholson.

Voto: 8



Quattro storie negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro. Il senatore del PDL Uliano Beffardi (Tony Servillo) soffre di crisi di coscienza e medita di lasciare il partito, in polemica con chi lo obbliga a votare una legge che compiace il Vaticano; sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), fervente cattolica in prima linea nelle manifestazioni pro-life, s’innamora di Roberto (Michele Riondino), schierato dall’altra parte. Un’ex grande attrice (Isabelle Huppert) ha abbandonato carriera e famiglia per accudire sua figlia Rosa, in coma vegetativo, nella speranza e nell’illusione di un risveglio. Rossa (Maya Sansa), tossicomane con manie di suicidio, finisce in ospedale sotto le cure del dottor Pallido (Pier Giorgio Bellocchio).
A 73 anni Marco Bellocchio non smette di interrogarsi, riflettere, raccontare. Grande affresco contemporaneo, fieramente laico, con la potente e autorevole serenità di chi è abituato ad anteporre il pensiero ad ogni cosa. Parafrasando una vecchia sentenza ormai abusata, “non sono d’accordo con quello che pensi ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di pensarlo”: il regista piacentino applica letteralmente questa frase a “Bella addormentata”, ribadendo un suo vecchio pallino dai tempi de “L’ora di religione”: il dovere morale, più forte di ogni fede e di ogni ideologia, di rispettare tutte le scelte. L’Italia del freddo e piovoso inverno 2009, fondamentalmente del tutto simile a quella attuale, si alimenta con Internet e la televisione, ma dietro la patina delle dichiarazioni di maniera e dei balletti ipocriti (non manca nessuno, da Berlusconi – “I casi come quello di Eluana si risolvono positivamente il 50% delle volte” – al famigerato epitaffio di Quagliariello al Senato pochi minuti dopo la morte di Eluana: “Non è morta, è stata ammazzata”) propone un gruppo di personaggi in cerca d’autore e d’amore, complessi e stratificati, che si svelano un po’ alla volta a sé e allo spettatore. Come sempre in Bellocchio non mancano i momenti grotteschi, riservati questa volta – come già succedeva in Buongiorno, notte, nella famosa scena della seduta spiritica – ai segreti del potere: un grande bagno turco fuori dallo spazio e dal tempo in cui deputati e senatori si confessano al Grande Vecchio Roberto Herlitzka, psichiatra di chiara fama che li liquida con ricette sbrigative e li irride con giudizi tranchant. E’ un tocco gustoso, anche se un po’ gratuito, in un film altrimenti formalmente e moralmente ineccepibile, impreziosito da prove d’attore di squisita fattura e un paio di momenti memorabili, come la sequenza in cui Servillo prova nel suo stanzino quel discorso al Senato che mai vedrà la luce. Il nostro personalissimo premio va ad Alba Rohrwacher, straordinariamente fragile e sottotono, che soffre e s’innamora come la Ida Dalser di “Vincere” pur essendo, a suo modo, una militante come la brigatista Chiara di “Buongiorno, notte”. Come vedete, si tratta dunque di temi e caratteri ricorrenti nel percorso di un regista che, invecchiando, ha smorzato i furori giovanili guadagnandone in lucidità e capacità di analisi. Non solo della società di oggi, ma anche dell’anima: i lunghi e insistiti primi piani di cui è costellato il film non esaltano solo la qualità del cast, ma anche la forza drammatica dell’opera, senza mai sprecare una parola o una goccia di retorica. E, seppur esile, il filo che tiene insieme le quattro storie è sempre ben visibile: nella passione come nel dolore, nell’incertezza più nera o nella fede più incrollabile, chi sa non giudica ma comprende; e per sapere è necessario vedere da vicino, o almeno tenere una porta socchiusa.

Voto: 7,5



Otto anni dopo la morte di Harvey Dent, Batman non si fa più vedere e anche Bruce Wayne sembra sparito dalla circolazione. Ma su Gotham City incombe una nuova minaccia…
Poniamo che siate appena usciti da una relazione lunga, intensa e passionale con – mettiamo – Jessica Alba (per le donne: Jude Law) e che da qualche settimana vi frequentiate, facciamo, con Cristiana Capotondi (per le donne: Fabio De Luigi). Il commento di amici e amiche sarà unanime: “Sì, però…”. La sindrome del “sì-però” non risparmia neanche il terzo e conclusivo, attesissimo capitolo della trilogia batmaniana dell’ormai semi-intoccabile Christopher Nolan, atteso alla sempre complicata e sdrucciolevole prova della chiusura del cerchio. Come se non bastasse, aveva aggiunto aspettative ad aspettative il sontuoso secondo capitolo, scandito da profondità non comuni nella costruzione della storia e dei personaggi e infiorettato dal più disturbante villain della storia del genere. Insomma, anche per “colpa” del film precedente, il Ritorno del Cavaliere Oscuro deve procedere spedito lungo un rettilineo sottilissimo, senza vie di fuga o possibilità di deviazioni: a tavoletta, sempre, dall’inizio alla fine. Là dove c’era l’inarrivabile Joker, c’è un Bane quasi (e ripetiamo quasi) all’altezza, impreziosito dagli occhi disperati dell’ottimo Tom Hardy; là dove c’era la donzella di turno c’è una conturbante Catwoman ad aumentare il carico di carne al fuoco. E poi i consueti stratagemmi di Nolan che, costretto ad accelerare in continuazione, si porta a spasso con disinvoltura da demiurgo i soliti quattro-cinque piani narrativi, restituendo all’Uomo Pipistrello la sua dimensione super-eroica. Molti i difetti, il principale dei quali è l’operazione malriuscita di innesto di elementi e situazioni spiccatamente fantasy in un contesto sempre parecchio “realistico” (i bar di Firenze, la partita di football, le bandiere americane). Per la serie: sono Nolan e non rinuncio al mio punto di vista, ma devo forzatamente ammannirvi gli arrivano-i-nostri, le infanzie difficili e i momenti spiega-tutto, altrimenti qui non ne vengo a capo. Pazienza. Agli atti – ben nascosti tra le pieghe di una sceneggiatura molto classica – pensieri sparsi sulla crisi economica, sulla gestione del potere e sui rischi della deriva populista, che non hanno mancato di scatenare il solito annoso dibattito: “Batman è di destra o di sinistra?”. Sorvoliamo. Il tanto criticato doppiaggio in italiano di Bane, a opera di Filippo Timi, in verità parecchio Kitsch e sopra le righe, aggiunge fumettosità alla vicenda e forse per questo (parere personalissimo) non disturba poi così tanto. Ora di nuovo al lavoro, Nolan, ché la vacanza è finita.

Voto: 7+



1997: l’America è allo sbando. Per fronteggiare l’altissimo tasso di criminalità, Manhattan è diventata da qualche anno un enorme carcere in cui è rinchiusa, senza possibilità di evadere, la feccia del Paese. Tra di loro c’è Jena Plissken, ex militare decorato e ora al fresco per una rapina in banca, a cui le autorità chiedono aiuto quando viene rapito il Presidente.
Quinto film del newyorkese John Carpenter, che segnò una nuova svolta nella sua carriera dopo il grande successo di “Halloween” (1978). Girato con mezzi di fortuna e momenti di autentico raffazzonamento (la scena dal basso dell’aliante che cade dal World Trade Center, puro Ed Wood), è quasi certamente il più importante b-movie di tutti i tempi, il principe di un genere che a volte gode di considerazioni eccessive, ma che in alcuni casi – come questo – concilia alla perfezione lo spettacolo, il pensiero e persino la critica sociale (elemento sempre presente in Carpenter), riprendendo il filo del discorso sulla violenza urbana già iniziato nel precedente “Distretto 13”. In quest’ottica non è sbagliato ritenerlo una specie di fratello maggiore e più scapestrato di “Blade Runner” (1982), che è più maturo e riflessivo ma anche meno sfacciato e oltraggioso nella sua satira verso l’ordine costituito. Con il futuro capolavoro di Ridley Scott condivide per esempio la cupissima ambientazione post-atomica e il gusto per il disegno dei personaggi minori (qui spiccano il tassista di Ernest Borgnine e il commissario Hauk del grande Lee Van Cleef). La vena anarchica e dissacrante di Carpenter brilla in alcuni dialoghi sopra le righe e culmina nel finale beffardo, memorabile. Il tamarrissimo duca Isaac Hayes, musicista soul e funk di alto livello, aveva vinto un Oscar dieci anni prima per la famosa colonna sonora di “Shaft”; lo Jena Plissken (“Snake” nell’originale) di Kurt Russell è da oltre trent’anni uno degli anti-eroi per eccellenza. Pregevolissime musiche dello stesso Carpenter.

Voto: 7,5

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