1997: l’America è allo sbando. Per fronteggiare l’altissimo tasso di criminalità, Manhattan è diventata da qualche anno un enorme carcere in cui è rinchiusa, senza possibilità di evadere, la feccia del Paese. Tra di loro c’è Jena Plissken, ex militare decorato e ora al fresco per una rapina in banca, a cui le autorità chiedono aiuto quando viene rapito il Presidente.
Quinto film del newyorkese John Carpenter, che segnò una nuova svolta nella sua carriera dopo il grande successo di “Halloween” (1978). Girato con mezzi di fortuna e momenti di autentico raffazzonamento (la scena dal basso dell’aliante che cade dal World Trade Center, puro Ed Wood), è quasi certamente il più importante b-movie di tutti i tempi, il principe di un genere che a volte gode di considerazioni eccessive, ma che in alcuni casi – come questo – concilia alla perfezione lo spettacolo, il pensiero e persino la critica sociale (elemento sempre presente in Carpenter), riprendendo il filo del discorso sulla violenza urbana già iniziato nel precedente “Distretto 13”. In quest’ottica non è sbagliato ritenerlo una specie di fratello maggiore e più scapestrato di “Blade Runner” (1982), che è più maturo e riflessivo ma anche meno sfacciato e oltraggioso nella sua satira verso l’ordine costituito. Con il futuro capolavoro di Ridley Scott condivide per esempio la cupissima ambientazione post-atomica e il gusto per il disegno dei personaggi minori (qui spiccano il tassista di Ernest Borgnine e il commissario Hauk del grande Lee Van Cleef). La vena anarchica e dissacrante di Carpenter brilla in alcuni dialoghi sopra le righe e culmina nel finale beffardo, memorabile. Il tamarrissimo duca Isaac Hayes, musicista soul e funk di alto livello, aveva vinto un Oscar dieci anni prima per la famosa colonna sonora di “Shaft”; lo Jena Plissken (“Snake” nell’originale) di Kurt Russell è da oltre trent’anni uno degli anti-eroi per eccellenza. Pregevolissime musiche dello stesso Carpenter.

Voto: 7,5