Quattro storie negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro. Il senatore del PDL Uliano Beffardi (Tony Servillo) soffre di crisi di coscienza e medita di lasciare il partito, in polemica con chi lo obbliga a votare una legge che compiace il Vaticano; sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), fervente cattolica in prima linea nelle manifestazioni pro-life, s’innamora di Roberto (Michele Riondino), schierato dall’altra parte. Un’ex grande attrice (Isabelle Huppert) ha abbandonato carriera e famiglia per accudire sua figlia Rosa, in coma vegetativo, nella speranza e nell’illusione di un risveglio. Rossa (Maya Sansa), tossicomane con manie di suicidio, finisce in ospedale sotto le cure del dottor Pallido (Pier Giorgio Bellocchio).
A 73 anni Marco Bellocchio non smette di interrogarsi, riflettere, raccontare. Grande affresco contemporaneo, fieramente laico, con la potente e autorevole serenità di chi è abituato ad anteporre il pensiero ad ogni cosa. Parafrasando una vecchia sentenza ormai abusata, “non sono d’accordo con quello che pensi ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di pensarlo”: il regista piacentino applica letteralmente questa frase a “Bella addormentata”, ribadendo un suo vecchio pallino dai tempi de “L’ora di religione”: il dovere morale, più forte di ogni fede e di ogni ideologia, di rispettare tutte le scelte. L’Italia del freddo e piovoso inverno 2009, fondamentalmente del tutto simile a quella attuale, si alimenta con Internet e la televisione, ma dietro la patina delle dichiarazioni di maniera e dei balletti ipocriti (non manca nessuno, da Berlusconi – “I casi come quello di Eluana si risolvono positivamente il 50% delle volte” – al famigerato epitaffio di Quagliariello al Senato pochi minuti dopo la morte di Eluana: “Non è morta, è stata ammazzata”) propone un gruppo di personaggi in cerca d’autore e d’amore, complessi e stratificati, che si svelano un po’ alla volta a sé e allo spettatore. Come sempre in Bellocchio non mancano i momenti grotteschi, riservati questa volta – come già succedeva in Buongiorno, notte, nella famosa scena della seduta spiritica – ai segreti del potere: un grande bagno turco fuori dallo spazio e dal tempo in cui deputati e senatori si confessano al Grande Vecchio Roberto Herlitzka, psichiatra di chiara fama che li liquida con ricette sbrigative e li irride con giudizi tranchant. E’ un tocco gustoso, anche se un po’ gratuito, in un film altrimenti formalmente e moralmente ineccepibile, impreziosito da prove d’attore di squisita fattura e un paio di momenti memorabili, come la sequenza in cui Servillo prova nel suo stanzino quel discorso al Senato che mai vedrà la luce. Il nostro personalissimo premio va ad Alba Rohrwacher, straordinariamente fragile e sottotono, che soffre e s’innamora come la Ida Dalser di “Vincere” pur essendo, a suo modo, una militante come la brigatista Chiara di “Buongiorno, notte”. Come vedete, si tratta dunque di temi e caratteri ricorrenti nel percorso di un regista che, invecchiando, ha smorzato i furori giovanili guadagnandone in lucidità e capacità di analisi. Non solo della società di oggi, ma anche dell’anima: i lunghi e insistiti primi piani di cui è costellato il film non esaltano solo la qualità del cast, ma anche la forza drammatica dell’opera, senza mai sprecare una parola o una goccia di retorica. E, seppur esile, il filo che tiene insieme le quattro storie è sempre ben visibile: nella passione come nel dolore, nell’incertezza più nera o nella fede più incrollabile, chi sa non giudica ma comprende; e per sapere è necessario vedere da vicino, o almeno tenere una porta socchiusa.

Voto: 7,5