Appena assunto in un cantiere, Adam (Alex Pettyfer) fa la conoscenza di Mike (Channing Tatum), di giorno carpentiere e aspirante designer e di notte spogliarellista in un locale gestito dal pittoresco Dallas (Matthew McConaughey). Il ragazzo ha doti e talento, perché non tentare la via della scalata? Anche se Brooke (Cody Horn), sua sorella maggiore, non è esattamente d’accordo…
Che Steven Soderbergh fosse dotato di multiforme ingegno ce n’eravamo già accorti da un pezzo, abituati da più di un decennio a vederlo saltabeccare dal blockbuster impegnato (Traffic) al remake di Tarkovskij (Solaris), dalla trilogia da botteghino (Ocean’s) alla mattonata sperimentale (il micidiale Bubble). Regista di bosco e di riviera, Steven ha fiutato l’affare con questo Magic Mike, propostogli dal rampante Channing Tatum (anche co-produttore) che in gioventù aveva anche sbarcato il lunario cimentandosi in intrattenimenti di questo tipo. Il film è un’inezia senza pretese, spensierato e tamarrissimo, impreziosito qua e là da trovate registiche divertenti quanto fini a loro stesse, un modo gradevole per trascorrere un’ora e cinquanta e infine – sempre che abbiate cromosomi X in abbondanza – indubbiamente un bel vedere. Il banalissimo script dell’esordiente rischia a più riprese di scivolare nella versione al maschile del mitologico Showgirls (1995), ma fortunatamente l’eleganza di Soderbergh dietro la macchina da presa non ha nulla a che spartire con la grevità di Paul Verhoeven. Se siete tra i fan deferenti del regista di Atlanta, comunque, vi daremo in pasto quel che vi aspettate: sì, lo ammettiamo, come non cogliere – dietro quell’insistito voyeurismo verso ciò che succede sul palco e dietro di esso – il più classico dei riferimenti metatestuali allo spettatore guardone che è dentro ognuno di noi? Come non intravedere – dietro la banalità delle vicende vissute da Adam, che parte come ragazzo-prodigio e poi si rovina con la droga, mentre il suo protettore si redime e corre tra le braccia della di lui sorella – i brillanti ammiccamenti di Soderbergh a certo cinema di genere? Pensatela come vi pare, noi diciamo la nostra: è la classica polizza assicurativa sulla carriera che Soderbergh sente il bisogno di stipulare di tanto in tanto, peraltro (e giustamente!) senza mai vergognarsene, con praticità e spirito imprenditoriale tipicamente americani. Che problema c’è? Sempre meglio di Bubble. E poi un Matthew McConaughey mai così truzzo vale decisamente il prezzo del biglietto.

Voto: 6