Far West: in un villaggio di minatori arriva John McCabe, spregiudicato imprenditore deciso a mettere su una casa di tolleranza. Gli dà una mano – in maniera non del tutto disinteressata – Constance Miller, ex prostituta che esercita su di lui una forte influenza.
Negli anni ’70 Robert Altman porta a compimento la sua opera di destrutturazione dei generi, operazione che interessa per esempio il noir (“Il lungo addio”), la fantascienza (“Quintet”) e persino, con esiti contraddittori, il fantasy di cassetta (“Popeye”). Non può perciò mancare il genere classico per eccellenza, il western, qui rivoltato da cima a fondo con una punta di esibizionismo e compiacimento, visto com’è programmaticamente animato da situazioni e personaggi bizzarri: una colonia di cinesi, un’ambientazione piovosa e invernale (fu girato a Vancouver nei mesi più freddi dell’anno), pretese di realismo e verosimiglianza che fanno a cazzotti con alcuni aspetti tecnici del film, prima su tutti una neve smaccatamente posticcia. Parabola tragica spiccatamente altmaniana, senza eroi, pieno di mezze figure e mezzi toni; apologia ante-litteram del capitalismo e dei suoi guasti, filtrata dal proverbiale pessimismo del regista di Kansas City. Warren Beatty spesso oscurato da una grande Julie Christie, che giunse fino alla nomination all’Oscar con un personaggio che, a conti fatti, è una delle donne più decise e risolute di tutta la storia del western. Musiche dolenti di Leonard Cohen che addolciscono un film aspro, spigoloso, difficile da digerire, forse un po’ datato.

Voto: 6,5