Archive for ottobre, 2012




A Sydney un poliziotto in crisi coniugale indaga sulla scomparsa di un’affermata psicologa che a sua volta si trascina dietro il trauma della morte di sua figlia…
Basato sull’opera teatrale “Speaking in Tongues” di Andrew Bovell, anche autore della sceneggiatura. Thriller insolito, lento e parlatissimo, solo apparentemente tessuto intorno a una morte misteriosa, in realtà fondato su tutt’altro: storie di solitudini incrociate, segreti e menzogne che si sovrappongono o semplicemente si sfiorano. Il tutto con uno stile lieve, impercettibile, molto lontano dalla mano pesante dei drammi americani o dalle ambizioni europee; il regista Ray Lawrence costruisce un bel meccanismo di rapporti umani che non annoia mai anche se risulta a volte prevedibile, creando a volte anche della suspense. Suggestioni lynchiane neanche tanto sotto traccia. Non è un film che si fa ricordare, ma raccoglie quasi dappertutto stima e consenso. Cast all-australian (a eccezione della californiana Barbara Hershey) che si fa apprezzare per misura e realismo della recitazione. Gli arbusti di lantana sono quelli tra cui viene ritrovato il corpo della psicologa Valerie Somers.

Voto: 7-

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Biografia (molto) romanzata di Michael Gordon Peterson aka Charles Bronson, per decenni il criminale più temuto e pericoloso d’Inghilterra: trent’anni d’isolamento, tuttora detenuto nel carcere di Wakefield.
Il film che rivelò il talento del danese Nicholas Winding Refn, tre anni prima che esplodesse definitivamente con “Drive”. Nel tentativo di evadere (per l’appunto) dai classici binari del film carcerario, Refn si dimena un po’ troppo e, volendo miracol mostrare alla critica e alla platea internazionale, smarrisce progressivamente il senso del racconto e dell’opera stessa. Chi è Bronson? Una contraddizione ambulante, un bruto in isolamento da una vita senz’aver mai ucciso nessuno, un clown un po’ manesco, un entertainer sui generis (espediente un po’ ritrito, quello dell’esibizione-monologo di fronte a un pubblico immaginario)? Il film non si perita di chiarirlo, più preoccupato a choccare, impressionare, sbalordire sulla singola sequenza (a proposito, ce ne sono di notevolissime), ed è un peccato perché le premesse e i mezzi di Refn sarebbero sufficienti a venirne a capo con stile e sostanza. L’anarchia e il grottesco prevalgono sull’ordine e sull’analisi. Il più classico degli errori di gioventù, che sarà infatti parzialmente corretto nel film successivo. Un ottimo Tom Hardy tiene a freno il giustificato istrionismo e riesce a tenere perfettamente in piedi un personaggio spigoloso e antipatico, oltre che spiccatamente stupido. Come detto, Refn eccellente nel “particolare”: la scena del party in manicomio sulle note di “It’s a sin” dei Pet Shop Boys.

Voto: 6-



Un gruppo di balordi progetta una rapina a una bisca durante un torneo di poker clandestino: il piano è farla franca facendo credere che la mente del piano sia stato Markie Trattman, un altro criminale, in questo caso del tutto ignaro, che già in passato si era cimentato con successo in un colpo del genere. La rapina riesce, ma subito dopo si mettono in moto i padroni del business, che ingaggiano il sicario Jackie Cogan per catturare e uccidere i responsabili e rimettere ordine nei loro affari.
Il neozelandese Andrew Dominik si era rivelato nel 2007 con l’eccellente e originalissimo western “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, e per il suo atteso ritorno alla regia dopo cinque anni si è affidato alla protezione dell’illustre amico Brad Pitt, qui produttore (con la sua società “Plan B”) oltre che interprete. “Cogan – Killing Them Softly” è, ça va sans dire, qualcosa di completamente diverso: i silenzi crepuscolari e l’atmosfera da requiem dell’opera precedente lasciano il posto a una bizzarra e spiazzante frenesia metropolitana, con personaggi sentenziosi, incongrue canzonette anni ’50 alla radio, improvvisi scoppi di violenza talvolta finanche gratuiti. Ispirato a “Cogan’s Trade”, romanzo noir di George V. Higgins datato addirittura 1974, Dominik si è occupato anche dell’adattamento ai giorni nostri: ha ricollocato la vicenda nell’autunno del 2008, in piena campagna elettorale USA, incollandoci le voci di McCain, Obama, Bush figlio a ricordarci ogni due per tre che siamo in tempo di crisi e a fare da sottofondo didascalico e un po’ petulante.
Dove finisce il film e dove iniziano i manierismi? Abituati (un po’ pigramente) da “Pulp Fiction” in poi a bollare qualsiasi tentativo di neo-noir con la sbrigativa etichetta di “postmoderno”, dovremo prima o poi imparare a sottrarci al gioco dei rimandi e delle citazioni. In questo caso Dominik ci dà una mano perché è abilissimo a fermarsi sempre un attimo prima che il suo gioco venga scoperto: facciamo qualche esempio. Brad Pitt e James Gandolfini danno vita in una camera d’albergo a uno dei dialoghi più crudi ed espliciti che si ricordino, che smarrisce battuta dopo battuta il suo tarantinismo per diventare, semplicemente, qualcosa d’unico. Lo stesso dicasi per la dialettica da abitacolo tra Cogan e il suo autista, surreale e graffiante il giusto senza mai diventare coeniana, o per l’invettiva finale che ricorda da sufficientemente lontano le secche morali di David Mamet. Lo spettatore consapevole resta irrimediabilmente spiazzato: siamo giunti a un livello 2.0 del citazionismo? Consapevoli che si tratta fondamentalmente di paranoie da cinefili, archiviamo in un battibaleno la questione e rendiamo i giusti meriti al 45enne Dominik, che non fallisce la prova del nove (ovvero, confermarsi dopo un sorprendente successo) e s’impone come un cineasta originale e versatile, che ha il rarissimo dono di essere imprevedibile: quando tutto congiura affinché la faccenda si risolva nella più classica delle carneficine di genere, ecco un insospettabile giro di vite proprio in extremis. L’idea del “gangster-movie ai tempi della crisi” è forse fin troppo labile e raffazzonata per camminare da sola sulle proprie gambe, ma a sorreggerla ci pensano una regia di personalità, una direzione degli attori pratica e funzionale e soprattutto un gruppo di grossi calibri davanti alla cinepresa, talmente tanti che quasi non ci si accorge che, tra loro, figura anche un grande come Sam Shepard.

Voto: 7



Prima Guerra Mondiale. Un generale dell’Esercito francese ordina alle sue truppe una missione suicida: conquistare una postazione nemica lontana e molto ben sorvegliata. Vista l’oggettiva impossibilità di portare a termine la missione, il generale ordina la fucilazione di tre soldati a caso per dare l’esempio.
Dall’omonimo romanzo di Humphrey Cobb. Erano trascorsi poco più di dieci anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e la rivisitazione del conflitto in chiave critica era ancora un tema tabù, specialmente nella paludatissima America. “Orizzonti di gloria”, quarta opera del 29enne Stanley Kubrick, fu il primo film ad affrontare la questione, collocandola in un diverso contesto spazio-temporale (l’esercito francese durante la Grande Guerra) anche per evitare censure e difficoltà di produzione. Film di coraggio cristallino nel rinunciare a trasmettere messaggi positivi e patriottici legati alla guerra (“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, afferma addirittura il colonnello Dax), per affrontare la materia per quel che é: un orrore senza fondo dove tutti gli uomini sono spinti per inerzia a dare il peggio di sé. Nella visione del mondo kubrickiana, che – al di là del surreale esordio con “Paura e desiderio” – non è mai mutata dal “Bacio dell’assassino” al conclusivo “Eyes Wide Shut”, la guerra è l’unico tema che impone la massima chiarezza espositiva possibile, giustificando persino un certo didascalismo, senza sfumature né concessioni alla metafora, al paradosso o all’ironia (le riflessioni si faranno ancora più profonde e radicali trent’anni dopo in “Full Metal Jacket”). Ciò che gli fa da contorno, dalla crudeltà del generale Mireau alla vigliaccheria del generale Broulard e degli stessi soldati semplici al momento dell’estrazione dei tre destinati all’esecuzione, sono tasselli del grande discorso sul genere umano condotto dal pessimista Kubrick in tutta la sua carriera: le persone sono malvage o nel migliore dei casi mediocri, e perciò destinate a soccombere al cospetto del caso, della natura, della Storia. Per ovvi motivi non fu accolto benissimo in Francia, dove uscì al cinema solamente nel 1975. Nel memorabile finale alla locanda, la ragazza tedesca che canta la struggente “Der Treuer Husar” è Susanne Christian, futura moglie di Kubrick.

Voto: 8



Il detective WIlliam Chance è ossessionato dall’idea di catturare Rick Masters, abilissimo falsario che ha ucciso il suo collega e miglior amico Jimmy quando gli mancavano solo due giorni alla pensione.
Approdato al ventunesimo secolo accompagnato dall’impegnativa definizione di “miglior thriller degli anni ’80”, il dodicesimo film di William Friedkin – cavallo pazzo per antonomasia del cinema americano – diventò da subito un vero e proprio cult-movie, non popolarissimo presso il pubblico “medio” che a metà di quel decennio prediligeva modelli cinematografici più rassicuranti ed edonistici, tuttavia idolatrato da legioni di cineasti statunitensi e non solo, a partire da Michael Mann che si ispirò pesantemente per il successivo “Manhunter – Frammenti di un omicidio” (1986, sempre con William Petersen protagonista). Tecnicamente superbo come quasi tutti i film di Friedkin, è una sorta di aggiornamento del “Braccio violento della legge” agli anni ’80, specialmente negli innovativi aspetti estetici e formali, dal look dei protagonisti alla splendida colonna sonora, che rende tuttora esemplari per ritmo e montaggio scene come quella che ritrae il falsario Rick Masters alle prese con la lavorazione delle banconote. Ma c’è, naturalmente, molto di più: una visione del mondo e della lotta al crimine per nulla consolatoria, com’era imperativo categorico ai tempi; il tarlo della corruzione, morale ancor prima che materiale, che abita tanto nei cattivi quanto nei buoni; la rabbia e la pena di vivere negli Stati Uniti, condizione piuttosto insolita nel cinema dell’America reaganiana. Grande sceneggiatura e bellissimi personaggi minori che brillano senza ostentare come il galoppino di John Turturro o l’ambiguo avvocato di Dean Stockwell. Citazione finale per l’estenuante inseguimento contromano per gli stradoni di Los Angeles, esempio ormai classico di sequenza d’azione tesa fino al parossismo senza mai rimetterci in termini di tensione o credibilità.

Voto: 8=



Coppietta felice si trasferisce in una bella villa sul lago, dove lei inizia ad avvertire strane presenze, mentre lui cerca vanamente di tranquillizzarla. Chi ha ragione?
Escursione-thriller di buon successo firmata Robert Zemeckis, tra i più capaci e autorevoli tra i cosiddetti registi da botteghino (almeno fino a dieci anni fa). Qui asseconda la moda del periodo – il giallo spiritistico con colpo di scena allegato – mettendo su un’impalcatura solidissima con due divi di mezza età per catturare tutte le fasce di pubblico e una sceneggiatura di rassicurante banalità. Tanto mestiere in questa specie di “Hitchcock for dummies” che si fa comunque guardare senza troppe pretese fino al termine, nonostante un finale lungo oltre ogni sopportazione – in cui ci si scopre a fare il tifo per il decesso immediato dei due protagonisti – e un’interpretazione fin troppo marmorea da parte di Harrison Ford, che all’epoca aveva smesso di recitare più o meno da una decina d’anni (mentre Michelle Pfeiffer è deliziosa come al solito). Brividi a profusione e tensione sempre altissima, anche se l’artificiosità dell’intreccio e le millemila citazioni superano più volte la soglia consentita. Tremenda tag-line di involontario umorismo presente sulla locandina originale: “Sta alle vasche da bagno come Psycho alle docce”.

Voto: 6-



Convinto dai suoi familiari a presentarsi ai provini per il Grande Fratello, il pescivendolo napoletano Luciano Ciotola è fermamente convinto di avere i numeri per riuscire a entrare nella Casa, avere successo, diventare ricco e famoso. Ce la farà?
Il ritorno al cinema di Matteo Garrone, a quattro anni da “Gomorra”, è innanzitutto un atto di grande coraggio professionale: avrebbe potuto rimanere a lungo nella comoda e protettiva nicchia del cinema “impegnato”, quel tipo di film in cui – per citare un’immortale battuta di “Boris” – “ce se capisce e nun ce se capisce”, e invece ha deciso di rimettersi in discussione, tenendo a bada il demone dell’Autore (leggi alla voce Sorrentino). Ecco dunque questo splendido esempio di cinema pop alla maniera – aggiornata e rivisitata – degli Scola e dei Dino Risi, puro artigianato ma con la cura dei dettagli e l’amore per i particolari di Fellini. La storia è semplice, misurata, ordinata, spiccatamente anti-televisiva e proprio su un argomento che concettualmente ne è l’esatto opposto: quanti suoi colleghi avrebbero equivocato la materia e si sarebbero prodotti nel solito sproloquio snob contro i media volgari e i telespettatori idioti? Facendosi forza con un’umiltà inconcepibile a queste latitudini, Garrone lavora di scalpello invece che di clava, sceglie di sfumare invece che calcare la mano, preferisce il mezzo tono al macchiettone. Non ci sono condanne morali ma neanche, naturalmente, intenti assolutori: Luciano Ciotola non rischia mai per un attimo di passare per martire della società. Il tema trattato è del resto abbastanza diffuso per far sì che non sia necessario dover per forza sostenere una tesi esplicita: ci si limita a suggerire (il Grande Fratello così accogliente, con il suo dio, la sua famiglia, la sua casa…), ad accompagnare con lo sguardo il corso della storia, raccontata con toni sospesi e surreali e suggestioni viscontiane (“Bellissima” è a un passo, non solo per Cinecittà) che fanno a cazzotti con la concreta materialità dell’iper-reality (la carrozza, il grillo, la stralunata irruzione finale, le tante scene quasi fiabesche). I bassifondi di Napoli sono vivi e bellissimi formicai (grazie anche alla fotografia di Marco Onorato) e tutti gli attori, molti dei quali professionisti, sono impeccabili. Meritatissimo Grand Prix al Festival di Cannes 2012.

Voto: 8=



Raùl Peralta, uomo di mezza età dall’esistenza mediocre, ha un’unica ragione di vita: partecipare e vincere lo show televisivo dei sosia di Tony Manero, il famoso personaggio interpretato da John Travolta ne “La febbre del sabato sera”.
Secondo film del 32enne cileno Pablo Larraìn, primo premio al Festival di Torino 2008. Opera tetra, percorsa da un diffuso squallore, talmente desolante da sconfinare nel surreale. La metafora è fin troppo chiara: la passione-ossessione di Raùl Peralta per il divo Tony Manero, icona anni ’70 (e non solo) dell’idea di riscatto sociale nata negli States attraverso la disco music, simboleggia l’adesione incondizionata e l’acquiescenza del popolo cileno verso l’invasione di campo americana che aveva condotto al colpo di stato del ’73. Per la prima volta Larraìn offre il suo punto di vista sulla questione, poi ribadito nel successivo e ancor più lugubre “Post Mortem”: i colpevoli non furono tanto i dittatori e i militari, quanto chi permise che ciò accadesse e continuasse per quasi un ventennio. L’attore-feticcio Alfonso Castro si cala anima e corpo in un ruolo di rara mestizia, in cui l’umiliazione del prossimo e di sé stesso procedono di pari passo, senza che ci venga risparmiato nessun capitolo della sua grottesca via crucis, dall’impotenza sessuale al lunghissimo primo piano finale che chiude il film. Sull’episodio che segnò l’inizio della fine del regime (il referendum del 1988 che vide a sorpresa prevalere il fronte anti-Pinochet), Larraìn ha basato il suo quarto film – che si chiama appunto “No” – accolto molto bene all’ultimo Festival di Cannes.

Voto: 7

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