Raùl Peralta, uomo di mezza età dall’esistenza mediocre, ha un’unica ragione di vita: partecipare e vincere lo show televisivo dei sosia di Tony Manero, il famoso personaggio interpretato da John Travolta ne “La febbre del sabato sera”.
Secondo film del 32enne cileno Pablo Larraìn, primo premio al Festival di Torino 2008. Opera tetra, percorsa da un diffuso squallore, talmente desolante da sconfinare nel surreale. La metafora è fin troppo chiara: la passione-ossessione di Raùl Peralta per il divo Tony Manero, icona anni ’70 (e non solo) dell’idea di riscatto sociale nata negli States attraverso la disco music, simboleggia l’adesione incondizionata e l’acquiescenza del popolo cileno verso l’invasione di campo americana che aveva condotto al colpo di stato del ’73. Per la prima volta Larraìn offre il suo punto di vista sulla questione, poi ribadito nel successivo e ancor più lugubre “Post Mortem”: i colpevoli non furono tanto i dittatori e i militari, quanto chi permise che ciò accadesse e continuasse per quasi un ventennio. L’attore-feticcio Alfonso Castro si cala anima e corpo in un ruolo di rara mestizia, in cui l’umiliazione del prossimo e di sé stesso procedono di pari passo, senza che ci venga risparmiato nessun capitolo della sua grottesca via crucis, dall’impotenza sessuale al lunghissimo primo piano finale che chiude il film. Sull’episodio che segnò l’inizio della fine del regime (il referendum del 1988 che vide a sorpresa prevalere il fronte anti-Pinochet), Larraìn ha basato il suo quarto film – che si chiama appunto “No” – accolto molto bene all’ultimo Festival di Cannes.

Voto: 7