Il detective WIlliam Chance è ossessionato dall’idea di catturare Rick Masters, abilissimo falsario che ha ucciso il suo collega e miglior amico Jimmy quando gli mancavano solo due giorni alla pensione.
Approdato al ventunesimo secolo accompagnato dall’impegnativa definizione di “miglior thriller degli anni ’80”, il dodicesimo film di William Friedkin – cavallo pazzo per antonomasia del cinema americano – diventò da subito un vero e proprio cult-movie, non popolarissimo presso il pubblico “medio” che a metà di quel decennio prediligeva modelli cinematografici più rassicuranti ed edonistici, tuttavia idolatrato da legioni di cineasti statunitensi e non solo, a partire da Michael Mann che si ispirò pesantemente per il successivo “Manhunter – Frammenti di un omicidio” (1986, sempre con William Petersen protagonista). Tecnicamente superbo come quasi tutti i film di Friedkin, è una sorta di aggiornamento del “Braccio violento della legge” agli anni ’80, specialmente negli innovativi aspetti estetici e formali, dal look dei protagonisti alla splendida colonna sonora, che rende tuttora esemplari per ritmo e montaggio scene come quella che ritrae il falsario Rick Masters alle prese con la lavorazione delle banconote. Ma c’è, naturalmente, molto di più: una visione del mondo e della lotta al crimine per nulla consolatoria, com’era imperativo categorico ai tempi; il tarlo della corruzione, morale ancor prima che materiale, che abita tanto nei cattivi quanto nei buoni; la rabbia e la pena di vivere negli Stati Uniti, condizione piuttosto insolita nel cinema dell’America reaganiana. Grande sceneggiatura e bellissimi personaggi minori che brillano senza ostentare come il galoppino di John Turturro o l’ambiguo avvocato di Dean Stockwell. Citazione finale per l’estenuante inseguimento contromano per gli stradoni di Los Angeles, esempio ormai classico di sequenza d’azione tesa fino al parossismo senza mai rimetterci in termini di tensione o credibilità.

Voto: 8=