Un gruppo di balordi progetta una rapina a una bisca durante un torneo di poker clandestino: il piano è farla franca facendo credere che la mente del piano sia stato Markie Trattman, un altro criminale, in questo caso del tutto ignaro, che già in passato si era cimentato con successo in un colpo del genere. La rapina riesce, ma subito dopo si mettono in moto i padroni del business, che ingaggiano il sicario Jackie Cogan per catturare e uccidere i responsabili e rimettere ordine nei loro affari.
Il neozelandese Andrew Dominik si era rivelato nel 2007 con l’eccellente e originalissimo western “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, e per il suo atteso ritorno alla regia dopo cinque anni si è affidato alla protezione dell’illustre amico Brad Pitt, qui produttore (con la sua società “Plan B”) oltre che interprete. “Cogan – Killing Them Softly” è, ça va sans dire, qualcosa di completamente diverso: i silenzi crepuscolari e l’atmosfera da requiem dell’opera precedente lasciano il posto a una bizzarra e spiazzante frenesia metropolitana, con personaggi sentenziosi, incongrue canzonette anni ’50 alla radio, improvvisi scoppi di violenza talvolta finanche gratuiti. Ispirato a “Cogan’s Trade”, romanzo noir di George V. Higgins datato addirittura 1974, Dominik si è occupato anche dell’adattamento ai giorni nostri: ha ricollocato la vicenda nell’autunno del 2008, in piena campagna elettorale USA, incollandoci le voci di McCain, Obama, Bush figlio a ricordarci ogni due per tre che siamo in tempo di crisi e a fare da sottofondo didascalico e un po’ petulante.
Dove finisce il film e dove iniziano i manierismi? Abituati (un po’ pigramente) da “Pulp Fiction” in poi a bollare qualsiasi tentativo di neo-noir con la sbrigativa etichetta di “postmoderno”, dovremo prima o poi imparare a sottrarci al gioco dei rimandi e delle citazioni. In questo caso Dominik ci dà una mano perché è abilissimo a fermarsi sempre un attimo prima che il suo gioco venga scoperto: facciamo qualche esempio. Brad Pitt e James Gandolfini danno vita in una camera d’albergo a uno dei dialoghi più crudi ed espliciti che si ricordino, che smarrisce battuta dopo battuta il suo tarantinismo per diventare, semplicemente, qualcosa d’unico. Lo stesso dicasi per la dialettica da abitacolo tra Cogan e il suo autista, surreale e graffiante il giusto senza mai diventare coeniana, o per l’invettiva finale che ricorda da sufficientemente lontano le secche morali di David Mamet. Lo spettatore consapevole resta irrimediabilmente spiazzato: siamo giunti a un livello 2.0 del citazionismo? Consapevoli che si tratta fondamentalmente di paranoie da cinefili, archiviamo in un battibaleno la questione e rendiamo i giusti meriti al 45enne Dominik, che non fallisce la prova del nove (ovvero, confermarsi dopo un sorprendente successo) e s’impone come un cineasta originale e versatile, che ha il rarissimo dono di essere imprevedibile: quando tutto congiura affinché la faccenda si risolva nella più classica delle carneficine di genere, ecco un insospettabile giro di vite proprio in extremis. L’idea del “gangster-movie ai tempi della crisi” è forse fin troppo labile e raffazzonata per camminare da sola sulle proprie gambe, ma a sorreggerla ci pensano una regia di personalità, una direzione degli attori pratica e funzionale e soprattutto un gruppo di grossi calibri davanti alla cinepresa, talmente tanti che quasi non ci si accorge che, tra loro, figura anche un grande come Sam Shepard.

Voto: 7