Biografia (molto) romanzata di Michael Gordon Peterson aka Charles Bronson, per decenni il criminale più temuto e pericoloso d’Inghilterra: trent’anni d’isolamento, tuttora detenuto nel carcere di Wakefield.
Il film che rivelò il talento del danese Nicholas Winding Refn, tre anni prima che esplodesse definitivamente con “Drive”. Nel tentativo di evadere (per l’appunto) dai classici binari del film carcerario, Refn si dimena un po’ troppo e, volendo miracol mostrare alla critica e alla platea internazionale, smarrisce progressivamente il senso del racconto e dell’opera stessa. Chi è Bronson? Una contraddizione ambulante, un bruto in isolamento da una vita senz’aver mai ucciso nessuno, un clown un po’ manesco, un entertainer sui generis (espediente un po’ ritrito, quello dell’esibizione-monologo di fronte a un pubblico immaginario)? Il film non si perita di chiarirlo, più preoccupato a choccare, impressionare, sbalordire sulla singola sequenza (a proposito, ce ne sono di notevolissime), ed è un peccato perché le premesse e i mezzi di Refn sarebbero sufficienti a venirne a capo con stile e sostanza. L’anarchia e il grottesco prevalgono sull’ordine e sull’analisi. Il più classico degli errori di gioventù, che sarà infatti parzialmente corretto nel film successivo. Un ottimo Tom Hardy tiene a freno il giustificato istrionismo e riesce a tenere perfettamente in piedi un personaggio spigoloso e antipatico, oltre che spiccatamente stupido. Come detto, Refn eccellente nel “particolare”: la scena del party in manicomio sulle note di “It’s a sin” dei Pet Shop Boys.

Voto: 6-