Archive for novembre, 2012


C’è uno sceneggiatore che si chiama Martin ed è in crisi perché non riesce a scrivere una sceneggiatura ambiziosa imperniata sulle vicende di sette psicopatici; e ci sono appunto sette psicopatici, variamente vivi e vegeti, che non si limitano a rimanere sulla carta.
Il meritato successo dell’opera prima “In Bruges” ha fruttato al 52enne inglese Martin McDonagh una telefonata dagli Stati Uniti; come dire di no? Orgoglioso della propria sapienza drammaturgica e desideroso di metterla in mostra, McDonagh mira altissimo, muovendosi sui sentieri già battuti per esempio da un semi-intoccabile come Charlie Kaufman: il film nel film, il processo creativo che si fa esso stesso pellicola, il tradizionale groviglio di piani narrativi, insomma il solito discorso autoreferenziale e un po’ ombelicale a cui proprio nessuno pare volersi sottrarre negli ultimi cinque anni. Per il grande ciclo “non siamo tutti Fellini”, “7 Psicopatici” nulla aggiunge e nulla toglie alla filmografia sul tema, limitandosi a una messinscena decisamente squinternata ma piuttosto gradevole, in cui si deduce – dai dialoghi e dal tono generale dell’opera – che il regista e gli attori devono essersi divertiti una cifra. Il cast fa complessivamente il verso a sé stesso, e perciò ecco un pensoso Christopher Walken che fa riflessioni sul Vietnam, ecco Sam Rockwell e Woody Harrelson schizzati come sempre, ecco il solito Colin Farrell irlandese alcolizzato; l’operazione riesce abbastanza divertente, a patto che siate abbastanza ferrati in fatto di cinefilia contemporanea. A una fitta sequenza di singoli momenti notevoli non fa da contraltare una tenuta complessiva pari al precedente celebrato film, ma è ingiusto negarne i meriti e le potenzialità: sospeso tra i lampi di genio de “Il ladro di orchidee” e la supponenza di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, “7 Psicopatici” prova a volare molto più alto di quel che sembra a una prima visione. Un gran numero di piccoli cammei, a riprova del grande credito già accumulato da McDonagh in appena due soli film: Michael Pitt, Michael Stuhlberg e un inquietante Harry Dean Stanton.

Voto: 6+



Lucas (Mads Mikkelsen) vive in una piccola cittadina danese ed è un maestro d’asilo rispettabile, separato con un figlio che gli vuole bene, pieno di amici e adorato dai suoi bambini, almeno finché la piccola Klara (Annika Wedderkopp) non racconta alla direttrice di essere stata molestata da lui. Non è vero, ma non importa: i bambini non mentono mai.
Le cronache italiane della scorsa primavera hanno riportato alla ribalta una vicenda sconcertante: le cinque persone imputate per pedofilia e abusi sessuali addirittura su ottanta minori in una scuola materna di Rignano Flaminio, il cosiddetto “asilo degli orrori”, erano completamente innocenti e incolpevoli. Hanno vissuto anni infernali prima di uscire totalmente scagionati: il fatto non era mai successo. L’ottavo lungometraggio del 43enne danese Thomas Vintenberg, partito come fedele adepto del Dogma di Lars Von Trier (“Festen”, 1998) prima di trovare la sua strada, parla sostanzialmente di questo: se è vero che la calunnia è un venticello, diventa tornado quando esce per la prima volta e si diffonde per bocca di coloro che incarnano l’innocenza per definizione: i bambini. Come difendersi di fronte all’ingenuo candore della piccola Klara che confessa tutto alla direttrice dell’asilo? Come pretendere di mettere in dubbio le parole del sangue del nostro sangue, anche se l’accusato ci è sempre parso un uomo perbene o è addirittura il nostro migliore amico? Le reazioni rabbiose e scomposte da parte dei genitori dei bambini di Rignano, paradossali di fronte a una sentenza che accertava che sui loro figli non era stato commesso alcun crimine, non erano una semplice recrudescenza medievale ma qualcosa di più, l’effetto di un corto circuito di natura sociale: se diamo per scontato che un bambino dica sempre e comunque la verità (e chi è stato bambino – cioé noi tutti – sa quanto questa visione dell’infanzia sia falsa e fuorviante), come ci comportiamo se quanto sopra viene smentito dalla logica, dalle indagini e persino dalle successive parole del bambino? Intendiamoci: non è intenzione di Vintenberg instillare il dubbio che il male possa annidarsi anche in una creaturina di dieci anni o meno – sarebbe un ragionamento sin troppo capzioso, più nelle corde del Grande Sobillatore Von Trier o di un cattedratico severo come Michael Haneke (“Il nastro bianco”). La sua è una storia ordinaria e universale di pregiudizio e castigo che potrebbe essere ambientata dappertutto, e che atterrisce per la sua ordinarietà, per l’assenza totale di forzature o situazioni inverosimili. E non a caso il titolo è esso stesso piatto, volutamente banale: Il sospetto vanta numerosi precedenti sia cinematografici (Hitchcock su tutti) che letterari (c’è un romanzo del 1953 di Friedrich Durrenmatt che condivide all’incirca lo stesso meccanismo narrativo). Il film procede spedito, anche troppo, facendo da un certo punto in avanti un uso troppo largo dei cliché del genere (nelle vessazioni che tocca subire al povero Lucas sembra di rivedere scorci del “Cane di paglia” di Peckinpah, ma senza la delirante forza espressiva dell’originale). L’uso accentuato delle metafore e dei simboli rimanda al rigore di certi episodi del Decalogo di Kieslowski, ma cade a volte nel didascalico. Nasce e cresce bene come incubo contemporaneo, poi si perde un po’ nel pasticciato finale. Rendiamo comunque omaggio all’ottima performance di Mads Mikkelsen, attore emergente del cinema europeo, premiato all’ultimo Festival di Cannes.

Voto: 6,5

Argo (Ben Affleck, 2012)



Iran 1979. Infuria la rivoluzione e ne fanno le spese 52 diplomatici dell’ambasciata americana a Teheran, sequestrati dai rivoltosi. Altri sei funzionari riescono a scappare e a rifugiarsi a casa dell’ambasciatore canadese, dove tocca alla CIA andarli a prendere per riportarli negli Stati Uniti.
Terzo film di Ben Affleck, il suo migliore e anche, in fondo, il più convenzionale e fedele alle norme dello showbiz impegnato: una storia aspra, poco conosciuta, ricca di zone d’ombra e possibilmente vera, che si risolva nel migliore dei modi, ma in maniera tale che l’autore non rinunci a esprimere un punto di vista critico e sarcastico verso il proprio Paese. “Argo” è tutto ciò, un thriller-spy story declinato secondo le regole – non è un caso la presenza come produttore di George Clooney, al cui percorso artistico Ben Affleck sembra rifarsi esplicitamente – e con ritmi e tensioni degne dei grandi thriller politici anni ’70 (i movimenti di macchina in interni sono gli stessi di “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula). La cura della suspense, in particolare, è notevolissima e il merito spetta quasi interamente all’Affleck regista, che adotta uno stile senza troppi fronzoli e svolazzi, al totale servizio della narrazione, delegando la gestione del ritmo del racconto all’eccellente montaggio di William Goldenberg: il punto di riferimento sembra proprio essere Michael Mann, come già si era intuito nel precedente “The Town”.
Affleck non si sottrae inoltre al solito discorso meta-cinematografico, che ormai da un discreto lustro occupa ossessivamente i copioni hollywoodiani a ogni livello: la sotto-trama sul lato più cialtrone e peracottaro degli Studios, con tanto di scritta HOLLYWOOD significativamente ammaccata, ha comunque il dono dell’ironia, aiutata in questo dall’indiscutibile verve dei mattacchioni Alan Arkin e John Goodman. Insomma è un film perbene, in cui gli occidentali sono i Buoni ma perfino gli iraniani non sono poi così cattivi, son giusto un po’ permalosi e ipertesi. Un film che non ha alcuna vis polemica né la cerca, che persiste nell’ostinata opinione che l’America, malgrado tutto, sia comunque un grande paese; e noi siamo ancora disposti a crederci, anche grazie a un marchingegno perfettamente oliato in ogni dettaglio – pensate, persino Ben Affleck sembra un attore vero.

Voto: 7+



La parabola di Benjamin Siegel detto “Bugsy” (“pazzo” o “pidocchio” a seconda dei punti di vista), gangster feroce e vagamente psicopatico che si rovinò inseguendo il sogno di costruire un enorme casinò in mezzo al deserto, precisamente a Las Vegas, Nevada.
Tre anni dopo l’exploit di “Rain Man” il baltimoriano Barry Levinson tentò la carta del gangster-movie classico alla ricerca della botte piena (gli incassi) e della moglie ubriaca (gli osanna della critica). Purtroppo per lui, appena un anno prima era arrivato “Quei bravi ragazzi” di Scorsese a scompigliare le carte del genere, perciò questo “Bugsy” suonò fin da subito un po’ troppo vecchio stile, con diffusi rischi di muffosità in alcuni aspetti tecnici e narrativi, dalle manieristiche musiche di Morricone alla solita raffigurazione crepuscolare e malinconica dei banditi che furono. Peccato, perché il film non manca di originalità e di mordente, né di un certo fascino a macchia di leopardo (il bacio dietro il telo bianco, tutta la sequenza dell’inaugurazione del Flamingo che sembra presa di peso da un noir anni ’40). L’atteggiamento di Levinson e dello sceneggiatore James Toback verso il brutale “Bugsy” Siegel è quantomeno ambiguo (un folle? un visionario? un uomo solo?) e non aiuta a dipanare la matassa l’interpretazione incerta di Warren Beatty, visibilmente a disagio con un personaggio così complesso che non gli dà modo di sfoderare ogni due per tre il suo classico sorrisone da commedia brillante. Molto meglio il cast di supporto, a cominciare dalla rivelazione Annette Bening per proseguire con mammasantissima del calibro di Ben Kingsley, Harvey Keitel e Elliott Gould. Ebbe in sorte due Oscar tecnici (scenografie e costumi), ma non il successo per cui era stato progettato.

Voto: 7=



Parigi 1972: due adolescenti innamorati e scapestrati (quale innamorato non lo è?) lottano contro la scuola, la famiglia e in definitiva il mondo intero.
Quinto lungometraggio del parigino Olivier Assayas, classe 1955 e dunque sinceramente coinvolto in questo struggente mélo adolescenziale anni ’70. La risacca della contestazione porta con sé la rivincita della borghesia reazionaria, non tanto nelle idee politiche – in questo film del tutto bandite e forse anche ripudiate – quanto negli atteggiamenti di tutti i giorni: a soli quattro anni dal decantato 1968, il muro tra i giovani Gilles e Christine e i loro interlocutori (genitori, insegnanti, poliziotti) è più rigido e invalicabile che mai. Se ne può uscire solo scappando, non prima di una festosa e liberatoria distruzione di massa riscaldata da una potentissima colonna sonora in cui i Grandi dell’epoca (Janis Joplin, Bob Dylan, Leonard Cohen, Alice Cooper…) ci vengono offerti spudoratamente e senza condizioni, come se il trasporto e la generosità degli adolescenti avesse contagiato anche la regia. Caposaldo del cinema giovanile francese anni ’90 in cui, come detto, fa rumore ed è benvenuta l’assenza di qualsivoglia discorso politico, in un periodo in cui iniziava ad essere fuori tempo massimo; parla del passato per raccontare quello smarrimento generazionale che verrà poi reso estremo nel disperato “L’odio” (Mathieu Kassovitz, 1995). Assayas traduce l’atmosfera elettrica in una regia nervosa e vitale, che pedina i personaggi rimanendo sempre al loro fianco. Il broncio e il sorriso di Virginie Ledoyen illuminano ogni scena. Momento memorabile se ce n’è uno: l’allegro falò sulle note di “Up Around The Bend” dei Creedence Clearwater Revival. In Italia non risulta neanche uscito in DVD; lo si trova su Amazon o a zonzo per la Rete, con opportuni sottotitoli in inglese incorporati.

Voto: 7,5



In un paesino spettrale alla Simenon da qualche parte della Francia si incontrano e fanno amicizia Manesquier, professore di letteratura ciarliero e solitario, e Milan, misterioso fuorilegge con un qualche colpo in programma per il fine settimana.
“Mai conoscere le poesie a memoria”. Tra i più felici e apprezzati film del 55enne parigino Patrice Leconte, è un polar squisitamente francese nel dissociarsi dai cliché e uscire fuori dal seminato, perché – malgrado tutto – si chiude con una nota di speranza e fiducia, innanzitutto in sé stessi: non è mai troppo tardi. Film di persone e di solitudini che cresce e si fa amare a poco a poco, seguendo fedelmente il rapporto tra i due protagonisti, il magnifico Jean Rochefort e il cantante-attore Johnny Halliday, divo del rock francese qui alla migliore performance in carriera. Lieve e molto breve; lasciano il segno i dialoghi di Claude Klotz, che a volte amano specchiarsi nella bella scrittura (“L’eternità dura sempre fino al sabato”). Ma il finale, è così definitivo? A noi sembra aperto, spalancato.

Voto: 7+



A Boston, nel complicato distretto-ghetto di Charlestown, una banda di malviventi progetta rapine, assalta banche e deve difendersi dalle indagini dell’FBI.
Secondo film del 38enne (all’epoca) Ben Affleck, che lascia intravedere doti nettamente superiori dietro la cinepresa rispetto a quando è davanti. Già celebrato come nuovo epicentro della criminalità statunitense in “The Departed”, Boston-Charlestown viene elevata a teatro di vicende umane che seguono abbastanza fedelmente i cliché del genere, già consacrati da decine di film polizieschi. Il tema viene però composto in bella scrittura, con un disegno dei personaggi e delle storie sincero e verosimile, con il mestiere di chi ha studiato i classici e si accosta al poliziesco con la dovuta umiltà. Pochi momenti memorabili, ma zero cadute di stile e un senso generale di misuratezza e understatement che fa a cazzotti con la logica commerciale che premia gli eccessi del genere. Anche forte di un conto in banca importante, Affleck va per la sua strada e si mantiene su binari tradizionali dai quali sarà impossibile uscire insoddisfatti. Cast di spessore con divi “televisivi” come il Jon Hamm di “Mad Men” e la Blake Lively di “Gossip Girl”.

Voto: 7=



Vita e opere di Henri Désiré Landru, il serial killer che tra il 1915 e il 1919 sedusse e uccise dieci donne, sole e ricche, per mettere le mani sui loro conti in banca – il che gli valse il poco onorevole soprannome di “Barbablù”.
Alla fine sì, pare proprio che Landru fosse colpevole di undici omicidi (dieci donne più un ragazzino che in una circostanza aveva fatto da accompagnatore a una di loro); a lui pensò anche Charlie Chaplin per tratteggiare il suo indimenticabile Monsieur Verdoux. Il film che ne trae nel 1963 Claude Chabrol, all’epoca 33enne in piena ascesa da Nouvelle Vague, è un’opera piuttosto insolita che si discosta dai classici drammi giudiziari (molto in voga già nei primi anni ’60) per un uso spregiudicato e a tratti disturbante dello humour nero: tanto nella prima parte in cui vediamo Landru all’opera mentre circuisce le sue vittime, quanto nella seconda dove l’ironia di Chabrol si fa sarcasmo, anche acido, a svillaneggiare l’impietosa cagnara mediatica e la brutalità di una legge che non è più innocente degli assassini che manda al patibolo. Alla sceneggiatura molto complessa firmata da Françoise Sagan, ricca di sfumature soprattutto nei dialoghi, si affianca una regia brillante e molto capace di cambiare repentinamente toni e registri, creando l’atmosfera straniante che permea tutto il film: Landru è una persona orribile ma anche un ottimo padre di famiglia, è un sadico assassino ma anche un uomo distinto dallo spiccato senso dell’umorismo. Opera a più letture, in grado sia di intrattenere che di sviluppare sotto traccia il proprio j’accuse contro ogni tipo di potere. Co-prodotto da Carlo Ponti; la versione francese è più lunga di circa un quarto d’ora rispetto a quella italiana.

Voto: 7-

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