Vita e opere di Henri Désiré Landru, il serial killer che tra il 1915 e il 1919 sedusse e uccise dieci donne, sole e ricche, per mettere le mani sui loro conti in banca – il che gli valse il poco onorevole soprannome di “Barbablù”.
Alla fine sì, pare proprio che Landru fosse colpevole di undici omicidi (dieci donne più un ragazzino che in una circostanza aveva fatto da accompagnatore a una di loro); a lui pensò anche Charlie Chaplin per tratteggiare il suo indimenticabile Monsieur Verdoux. Il film che ne trae nel 1963 Claude Chabrol, all’epoca 33enne in piena ascesa da Nouvelle Vague, è un’opera piuttosto insolita che si discosta dai classici drammi giudiziari (molto in voga già nei primi anni ’60) per un uso spregiudicato e a tratti disturbante dello humour nero: tanto nella prima parte in cui vediamo Landru all’opera mentre circuisce le sue vittime, quanto nella seconda dove l’ironia di Chabrol si fa sarcasmo, anche acido, a svillaneggiare l’impietosa cagnara mediatica e la brutalità di una legge che non è più innocente degli assassini che manda al patibolo. Alla sceneggiatura molto complessa firmata da Françoise Sagan, ricca di sfumature soprattutto nei dialoghi, si affianca una regia brillante e molto capace di cambiare repentinamente toni e registri, creando l’atmosfera straniante che permea tutto il film: Landru è una persona orribile ma anche un ottimo padre di famiglia, è un sadico assassino ma anche un uomo distinto dallo spiccato senso dell’umorismo. Opera a più letture, in grado sia di intrattenere che di sviluppare sotto traccia il proprio j’accuse contro ogni tipo di potere. Co-prodotto da Carlo Ponti; la versione francese è più lunga di circa un quarto d’ora rispetto a quella italiana.

Voto: 7-