La parabola di Benjamin Siegel detto “Bugsy” (“pazzo” o “pidocchio” a seconda dei punti di vista), gangster feroce e vagamente psicopatico che si rovinò inseguendo il sogno di costruire un enorme casinò in mezzo al deserto, precisamente a Las Vegas, Nevada.
Tre anni dopo l’exploit di “Rain Man” il baltimoriano Barry Levinson tentò la carta del gangster-movie classico alla ricerca della botte piena (gli incassi) e della moglie ubriaca (gli osanna della critica). Purtroppo per lui, appena un anno prima era arrivato “Quei bravi ragazzi” di Scorsese a scompigliare le carte del genere, perciò questo “Bugsy” suonò fin da subito un po’ troppo vecchio stile, con diffusi rischi di muffosità in alcuni aspetti tecnici e narrativi, dalle manieristiche musiche di Morricone alla solita raffigurazione crepuscolare e malinconica dei banditi che furono. Peccato, perché il film non manca di originalità e di mordente, né di un certo fascino a macchia di leopardo (il bacio dietro il telo bianco, tutta la sequenza dell’inaugurazione del Flamingo che sembra presa di peso da un noir anni ’40). L’atteggiamento di Levinson e dello sceneggiatore James Toback verso il brutale “Bugsy” Siegel è quantomeno ambiguo (un folle? un visionario? un uomo solo?) e non aiuta a dipanare la matassa l’interpretazione incerta di Warren Beatty, visibilmente a disagio con un personaggio così complesso che non gli dà modo di sfoderare ogni due per tre il suo classico sorrisone da commedia brillante. Molto meglio il cast di supporto, a cominciare dalla rivelazione Annette Bening per proseguire con mammasantissima del calibro di Ben Kingsley, Harvey Keitel e Elliott Gould. Ebbe in sorte due Oscar tecnici (scenografie e costumi), ma non il successo per cui era stato progettato.

Voto: 7=