Lucas (Mads Mikkelsen) vive in una piccola cittadina danese ed è un maestro d’asilo rispettabile, separato con un figlio che gli vuole bene, pieno di amici e adorato dai suoi bambini, almeno finché la piccola Klara (Annika Wedderkopp) non racconta alla direttrice di essere stata molestata da lui. Non è vero, ma non importa: i bambini non mentono mai.
Le cronache italiane della scorsa primavera hanno riportato alla ribalta una vicenda sconcertante: le cinque persone imputate per pedofilia e abusi sessuali addirittura su ottanta minori in una scuola materna di Rignano Flaminio, il cosiddetto “asilo degli orrori”, erano completamente innocenti e incolpevoli. Hanno vissuto anni infernali prima di uscire totalmente scagionati: il fatto non era mai successo. L’ottavo lungometraggio del 43enne danese Thomas Vintenberg, partito come fedele adepto del Dogma di Lars Von Trier (“Festen”, 1998) prima di trovare la sua strada, parla sostanzialmente di questo: se è vero che la calunnia è un venticello, diventa tornado quando esce per la prima volta e si diffonde per bocca di coloro che incarnano l’innocenza per definizione: i bambini. Come difendersi di fronte all’ingenuo candore della piccola Klara che confessa tutto alla direttrice dell’asilo? Come pretendere di mettere in dubbio le parole del sangue del nostro sangue, anche se l’accusato ci è sempre parso un uomo perbene o è addirittura il nostro migliore amico? Le reazioni rabbiose e scomposte da parte dei genitori dei bambini di Rignano, paradossali di fronte a una sentenza che accertava che sui loro figli non era stato commesso alcun crimine, non erano una semplice recrudescenza medievale ma qualcosa di più, l’effetto di un corto circuito di natura sociale: se diamo per scontato che un bambino dica sempre e comunque la verità (e chi è stato bambino – cioé noi tutti – sa quanto questa visione dell’infanzia sia falsa e fuorviante), come ci comportiamo se quanto sopra viene smentito dalla logica, dalle indagini e persino dalle successive parole del bambino? Intendiamoci: non è intenzione di Vintenberg instillare il dubbio che il male possa annidarsi anche in una creaturina di dieci anni o meno – sarebbe un ragionamento sin troppo capzioso, più nelle corde del Grande Sobillatore Von Trier o di un cattedratico severo come Michael Haneke (“Il nastro bianco”). La sua è una storia ordinaria e universale di pregiudizio e castigo che potrebbe essere ambientata dappertutto, e che atterrisce per la sua ordinarietà, per l’assenza totale di forzature o situazioni inverosimili. E non a caso il titolo è esso stesso piatto, volutamente banale: Il sospetto vanta numerosi precedenti sia cinematografici (Hitchcock su tutti) che letterari (c’è un romanzo del 1953 di Friedrich Durrenmatt che condivide all’incirca lo stesso meccanismo narrativo). Il film procede spedito, anche troppo, facendo da un certo punto in avanti un uso troppo largo dei cliché del genere (nelle vessazioni che tocca subire al povero Lucas sembra di rivedere scorci del “Cane di paglia” di Peckinpah, ma senza la delirante forza espressiva dell’originale). L’uso accentuato delle metafore e dei simboli rimanda al rigore di certi episodi del Decalogo di Kieslowski, ma cade a volte nel didascalico. Nasce e cresce bene come incubo contemporaneo, poi si perde un po’ nel pasticciato finale. Rendiamo comunque omaggio all’ottima performance di Mads Mikkelsen, attore emergente del cinema europeo, premiato all’ultimo Festival di Cannes.

Voto: 6,5